“Clandestino”, il termine sbagliato che sta scomparendo da tv e giornali

CIE migrantiPer Giovanni Rossi (Fnsi) e Pietro Suber (Cnog) “conforta che il percorso di responsabilità professionale e civile nell’uso delle parole incontri un sempre maggiore consenso tra i colleghi”

MILANO, 19 agosto 2013 – Il termine “clandestino” sta scomparendo da giornali e tv. È quanto osservano Giovanni Rossi, presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), e Pietro Suber, delegato del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti per la Carta di Roma, in un comunicato stampa in cui sostengono che “l’inversione di tendenza nel linguaggio mediatico sull’immigrazione è avviata da tempo e anche alcuni esponenti politici ne prendono atto”. Rossi e Suber si riferiscono in particolare all’on. Salvini che alla festa della Lega Nord a Pontida ha notato che “nei tg e nei quotidiani non si parla più di “clandestini” ma di migranti che sbarcano e approdano sulle coste italiane”. “Ricordiamo che il termine “clandestino”,  che molte testate e numerosi colleghi, con apprezzabilissima sensibilità deontologica, hanno scelto di non utilizzare – aggiungono Rossi e Suber -, spesso è usato a sproposito, quando invece correttamente si dovrebbe parlare di rifugiato, o di richiedente asilo; o semplicemente di migrante irregolare, come la Carta di Roma propone in alternativa alla parola clandestino“.

“Le drammatiche vicende siriane e la nuova crisi egiziana ci ricordano infatti quanto sia necessario capire e far capire chi sono le persone che arrivano nelle nostre coste costrette e in fuga da situazioni di guerra come i richiedenti asilo o in cerca di prospettive di vita migliori come i migranti economici, evitando la semplice contabilizzazione degli sbarchi. Conforta che il percorso di responsabilità professionale e civile nell’uso delle parole intrapreso con Carta di Roma da Ordine e Fnsi incontri un sempre maggiore consenso tra i colleghi, in Italia e non solo”.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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