Cina superpotenza anche militare e portaerei Usa di cartone come bersaglio. Timori armati e colpi di scena

da Remocontro, 5 dicembre 2021

Mentre la Cina dalla forza militare sorprendente si esercita ad affondare portaerei Usa di cartapesta, l’altra Cina, quella della diplomazia economica stupisce con un altro colpo di scena. Alla Cop26, intesa tra Cina e Usa sul clima: «Biden e Xi lavoreranno insieme». Mediatore Kerry: «Usa e Cina hanno molte differenze, ma sulla lotta al cambiamento climatico «non hanno altra scelta che collaborare».
Quasi un accordo storico, se sul Pacifico non soffiassero forti venti da guerra fredda tra le due super potenze e alleati timorosi attorno, avverte Piero Orteca, che svela la parti riservate di un report del Congresso. Le trattative sul clima non seguono gli stessi percorsi della geostrategia globale, ma soprattutto su questo fronte, il clima non promette molto di buono.

Ora la Cina fa paura. A tutti.

Se prima sembrava solo il martello giusto, per battere sull’incudine americana, oggi la musica è cambiata. I cicli storici si ripetono? Non sempre. Però… però in molti cominciano a pensare che la Pechino di adesso assomigli troppo alla Tokyo del secolo scorso. Quella che intorno agli anni ’30 cominciò a imporre la sua egemonia su mezza Asia. Forse è un’esagerazione. O forse no. Sta di fatto che gli specialisti statunitensi, finora, avevano valutato la pericolosità della Cina solo in campo economico, finanziario e commerciale. Leggevano la sfilza di Piani, elaborati dal Partito-Stato, e reputavano gli ambiziosissimi obiettivi fissati come se fossero vere e proprie chimere. Salvo, poi, essere smentiti da cifre assolutamente veritiere.

Foto del bersaglio mobile presso l’impianto di Ruoqiang.

Superpotenza militare e super flotta

Era logico, quindi, che questo enorme potere contrattuale, prima o dopo, si trasferisse sul piano della diplomazia e, come insegna Clausewitz, su quello della forza militare pura. Se ne sono accorti anche a Washington, perché un paio di giorni fa lo speciale report, elaborato dal Pentagono per il Congresso, non ha lasciato spazio all’ottimismo. La Cina, con 355 navi da guerra, ha la Marina militare, almeno numericamente, più forte del mondo.

Non solo quantità ma anche qualità

Ma nemmeno la qualità scherza. Oltre alle portaerei di ultima generazione, sta sviluppando decine e decine di unità lanciamissili e una forte componente subacquea di tipo nucleare. Gli americani sono particolarmente preoccupati per la scelta fatta da Pechino, di dotarsi di un grande numero di ASBM, missili balistici anti-nave. Espressamente concepiti per distruggere le portaerei Usa.

E la flotta crescerà

Inoltre, il documento del Congresso è chiaro su questo punto, il governo cinese ha già varato un piano di implementazione della flotta che, alla fine del 2030, dovrebbe poter contare su circa 460 navi. Tutto questo succede mentre le aree di crisi, ormai, si saldano con straordinaria rapidità. E in quella “macro”, anzi, gigantesca, che lega Asia Centrale, Indo-Pacifico ed Estremo Oriente, si vanno spostando, quotidianamente, tutti gli equilibri.

‘Asimmetrie di sistema’

Questo genera delle “asimmetrie di sistema” o, per essere meno accademici e più sostanziali, delle situazioni strane, non convenzionali, inaspettate. Insomma, nascono eventi dove, inopinatamente, paradosso e grottesco si danno la mano e ci fanno rischiare conflitti di più vaste proporzioni.

Il sottomarino Usa che sperona la montagna

L’altro giorno abbiamo scoperto, dopo un mese, che un sottomarino nucleare Usa, il “Connecticut”, si è quasi fracassato, sbattendo contro una montagna (sottomarina). Il Pentagono, cercando di salvare la faccia, aveva fatto capire che c’entravano i cinesi. O forse i marziani. Poi la verità è venuta fuori, come quei popazzi che saltano a molla da una “magic box”. Incidente “autonomo”, sonnambulismo collettivo e capitano e ufficiali licenziati con una telefonata. In questo secondo caso, invece, i cinesi c’entrano.

E i cinesi bombardano portaerei Usa di cartapesta

Eccome! Hanno colpito, con bombe e missili, non una (lo annunciava ieri un think-tank specializzato, lo US Naval Institute), ma due portaerei americane. Tra le sabbie del Taklamakan. Sembra una barzelletta. Ma che ci facevano una nave di oltre 300 metri (classe Nimitz?), del “nemico”, e una in scala 50% nel deserto più inospitale dell’Asia? Calma, perché le portaerei erano di… cartone. Cosa che però diventa un’attenuante fino a un certo punto, dal momento che i “bersagli” riproducevano le sagome di “aircraft carrier” della Settima flotta. Nei giochi di guerra di Pechino, sono state utilizzate anche altre navi Usa di cartapesta, realizzate a grandezza naturale. I caccia lanciamissili della classe Arleigh Burke.

Obiettivo a forma di cacciatorpediniere statunitense nel deserto del Taklamakan, nella Cina centrale.

Bersagli per che tipo di guerra?

E allora, che succede, in questo spicchio di pianeta? Se volessimo prendere in prestito, per la politica internazionale, il vecchio gergo calcistico, oggi in Asia dovremmo parlare di “ Cina contro resto del mondo”. In pratica, gli analisti sono sorpresi non solo dalla velocità con cui si sta aggregando una sorta di coalizione anti-Pechino, ma anche dalla sua eterogeneità. Dopo l’asse formato da Stati Uniti, Australia e Regno Unito (AUKUS), venuto clamorosamente a galla per l’affaire dei sommergibili nucleari, ordinati da Sydney e disdetti alla Francia, va sottolineato l’attivismo del Giappone.

Il Giappone che riarma e il Vietnam americano

Lo scorso settembre, i nipponici, con la benedizione degli americani, si sono spinti fino a siglare un patto militare di collaborazione addirittura col Vietnam. Il porto di Cam Ranh servirà loro come base d’appoggio e, pare di capire, anche come possibile scalo per le navi del blocco alleato. La vicepresidente Usa Kamala Harris, ha visitato Hanoi prima dei giapponesi e ha, presumibilmente, creato le condizioni per un forte riavvicinamento. Proseguendo la strategia voluta da Barack Obama. 

D’altro canto, in Vietnam sentirete spesso dire: “Con gli Stati Uniti siamo stati nemici per mezzo secolo. Ma con la Cina, ci facciamo la guerra da duemila anni”.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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