Ciad golpe dinastico, Macron ai funerali di Déby, la Libia molto vicina

***da Remocontro, 24 aprile 2021

Il presidente francese nel Paese del Sahel per la cerimonia funebre. L’opposizione grida al colpo di stato e proclama la disobbedienza civile. In Libia Haftar manda miliziani al confine. Macron: “Non consentiremo minacce alla stabilità”. I ribelli: bombardati con l’aiuto di Parigi.
Una posizione molto «morbida» da parte della Francia e della comunità internazionale legata soprattutto al fatto che il Ciad resta un prezioso alleato nella lotta contro il jihadismo nella regione del Sahel.
Gli interessi strategici post coloniali francesi e quelli statunitensi.
I ribelll del Fact, il Fronte per l’Alternativa e la Concordia in Ciad, venuti dalla Libia.

Macron e ancora l’Africa francese

Place de la Nation a N’Djamena, capitale del Ciad, anche Emmanuel Macron da Parigi accanto a molti capi di Stato africani, per l’ultimo saluto al maresciallo presidente Idriss Déby, ucciso al fronte dai ribelli, così ci dicono. Nonostante le molte incertezze sulla transizione nel paese e la minaccia di attacchi verso la capitale da parte dei ribelli del Fact, il Fronte per l’Alternativa e la Concordia in Ciad, alla cerimonia erano presenti tutti i principali leader del Sahel (Mauritania, Niger, Mali e Burkina Faso), il rappresentante dell’Unione europea, Josep Borrel e soprattutto l’alleato di sempre: il presidente francese Emmanuel Macron.

L’amico della Francia «morto da eroe»

«La Francia non permetterà mai a nessuno, né oggi né domani, di mettere a rischio l’integrità del Ciad -ha promesso Macron nella sua orazione funebre – rendendo omaggio al caro amico e maresciallo Idriss, morto come un eroe per difendere il suo paese». Macron, che sedeva accanto al presidente ad interim erede e figlio del maresciallo eroe morto, il giovane generale Mahamat Deby, ha poi cercato di salvare faccia e ruolo rispetto alla costituzione ciadiana sfacciatamente violata–autentico golpe dinastico-, con un appello al ‘Consiglio militare di transizione’ chiedendo «stabilità, inclusione, dialogo e transizione democratica».

Sì al golpe dinastico, ma che sia breve

Il realtà la Francia (con il sì degli Usa) aveva già garantito il suo sostegno «al processo di transizione militare in corso nel paese», salvo poi promettere ‘fermezza’ «per quanto riguarda la durata della transizione». Transizione militare definita un «colpo di stato istituzionale» da Mahamat Bichara, portavoce della coalizione delle opposizioni che già avevano boicottato le presidenziali dell’11 aprile, denunciando «la dura repressione del presidente alla richiesta di un cambio di potere».

Ma non tutti i militari sono d’accordo

Tensioni anche all’interno dell’esercito. Il generale Idriss Abdéramane Dicko e diversi ufficiali dell’esercito ciadiano si sono rifiutati di legittimare questa presa di potere da parte del figlio dell’ex presidente e avvertono. «Tornare indietro e di includere tutte le parti della società e della politica ciadiana per arrivare, in tempi brevi alle elezioni», dichiara il generale Dicko all’agenzia Afp e riporta Stefano Mauro sul manifesto. «Se questo non avverrà, non potremo garantire le conseguenze che ne deriveranno».

Chi ha ucciso il maresciallo-presidente?

Secondo il Times i ribelli vengono dalla Libia, dove sono protetti, riforniti e addestrati dal Gruppo «Wagner», la nota azienda di contractors russa. Il Gruppo Wagner –riferisce La Stampa- ha uffici in 20 paesi africani e si è insediato in Sudan, nella Repubblica Centrafricana, in Madagascar, Libia, Mozambico, Swaziland, Lesotho e Botswana. L’appoggio di Mosca ai ribelli del Ciad è ovviamente guardato con preoccupazione a Washington e a Parigi che sostengono e armano la controparte politico militare.

La Libia nella morte del presidente 

Il gruppo di ribelli accusato della morte di Déby, il Fact, è entrato in Ciad da nord, dalla Libia, dove ha combattuto per anni acquisendo armi, denaro e competenze di guerra. «I ribelli hanno usato la caotica guerra libica per prepararsi alla propria campagna in Ciad», ha scritto il giornalista Declan Walsh sul New York Times, e riporta Il Post. Il gruppo fnella guerra libica si schierò a fianco delle milizie di Misurata. Quando nel 2017 le forze del maresciallo Khalifa Haftar conquistarono Jufra togliendola dal controllo delle milizie di Misurata, il FACT non se ne andò dalla base e strinse invece un accordo tacito di non aggressione con Haftar.

Haftar perdente, ritorno in Ciad

A ottobre 2020, dopo il fallimento della grande offensiva militare di Haftar per la conquista di Tripoli, e l’accordo di cessate il fuoco, molti combattenti ciadiani decisero allora di tornare in Ciad per rilanciare l’offensiva contro il regime di Déby proprio in vista delle elezioni presidenziali del 2021. Secondo diversi analisti, tra cui Cameron Hudson, ex funzionario del dipartimento di Stato americano, i ribelli si portarono con sé le armi ottenute in Libia e alcuni mezzi corazzati che gli Emirati Arabi Uniti avevano donato al maresciallo Haftar.

Caos Libia destabilizza tutto il Sahel

Il fallimento dello stato libico, e la sua incapacità di controllare territorio e confini, hanno permesso a questi gruppi di spostarsi liberamente dentro e fuori la Libia, tornando praticamente indisturbati nei loro paesi di provenienza, più forti di prima. Alcuni si sono resi responsabili di attacchi terroristici di matrice islamista, altri, come il FACT, sono tornati a combattere con l’obiettivo di rovesciare i governi dei loro paesi.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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