Chile despertò! (report)

***di Massimo Marnetto, 27 ottobre 2019 -“Il Cile s’è svegliato!”: a Piazza del Popolo è questo il grido dei cileni e degli italiani solidali, per manifestare contro la sanguinosa repressione del Governo Pinera. Ci sono bandiere cilene insieme a quella dell’antico popolo dei Mapuche. “Che vuol dire – mi spiega una ragazza che la indossa sulle spalle – “Popolo della Terra”. Sulla scalinata dell’obelisco c’è un gruppo che suona musica andina di lotta popolare, con chitarre e flauto di pan. Il sole è quasi estivo e scintilla nelle bolle di sapone che un giocoliere lancia in aria. “Stringo forte la mano – canta il cileno con codino che guida il gruppo, mentre una signora mi traduce – e affonda l’aratro nella terra. Sono anni che la lavoro e mi sento sfinito” C’è il lenzuolo con scritto “El pueblo unido!”. Parla un studente per portare i saluti dei suoi compagni e lancia il presidio per giovedì davanti all’ambasciata cilena “Noi siamo vicini agli studenti cileni – scandisce nel microfono scadente – che vengono selvaggiamente bastonati e anche ammazzati. Sì, perché in Cile si è tornati a morire di polizia!” Tutti alzano pentole e cucchiai e battono all’impazzata mentre parte corale la canzone del “Comandante Che Guevara!”, Parlano anche il vignettista Vauro, un sindacalista, un anziano esule: “Noi che siamo partiti ai tempi di Pinochet – dice mentre la pizza si ferma – non pensavamo che dopo tanti anni si potesse tornare a quel terrore”. Arriva un messaggio in italiano da Sepulveda. “Hanno privatizzato l’acqua – si sente a stento dallo smartphone attaccato al microfono – la sanità, le scuole… lottiamo per stipendi umani, per la nostra dignità…grazie italiani, perché non ci avete mai abbandonato”. Riparte il pentolame di gioia. Riprende la musica con “El pueblo unido” Le donne si legano i capelli dal caldo. Intanto vedo che c’è molta più gente di quando sono arrivato. Mentre me ne vado, leggo un cartello alzato da una ragazza dai bei tratti andini “Ci avete tolto tutto… Anche la paura!”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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