Chi è Tajani, da Previti a Bruxelles

***Come nasce il nuovo presidente italiano del Parlamento europeo? Dal blog di Alessandro Gilioli “Piovono rane”, la straordinaria ascesa, all’ombra di Berlusconi e Previti, di un giornalista missino alla più alta carica dell’Unione (nandocan).

***di Alessandro Gilioli, 18 gennaio 2017 – Pochi se lo ricordano – sono passati 23 anni – ma il motivo per cui il nuovo presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani è lì, cioè a Bruxelles, è puramente casuale. E ha poco a che fare con l’Europa.

Tutto inizia il 18 gennaio del 1994, al quarto piano di via Santa Maria dell’Anima 31, a Roma. È l’abitazione-studio che Silvio Berlusconi si è fatto attrezzare per la sua discesa in campo, a due passi dai palazzi della politica. Ed è lì che quel giorno, in una riunione a porte chiuse, viene costituita l’Associazione-Movimento politico Forza Italia. Oltre al Cavaliere, ci sono il professore e futuro ministro Antonio Martino, il generale Luigi Caligaris, l’imprenditore Mario Valducci, il notaio Francesco Colistra e – appunto – il capo della redazione romana del Giornale, Antonio Tajani. Il più giovane di tutti, con i suoi 41 anni.

Tajani è insomma un forzista della primissima ora. Un fondatore. Uno dei pochissimi che fin dall’anno precedente, il ’93, aveva preparato quella discesa in campo che Berlusconi avrebbe annunciato solo otto giorni dopo quella riunione segreta in via dell’Anima: «L’Italia è il Paese che amo….».

L’avvicinamento alla politica ha però le sue radici in tempi ancora più lontani: quando, nei primi anni ’70, al liceo Tasso di Roma, Tajani simpatizzava per l’estrema destra e si scazzottava volentieri con i “rossi” dello stesso liceo. Passato al più tranquillo Lucrezio Caro, aveva quindi aderito al gruppo monarchico Stella e Corona di Alfredo Covelli, confluito poi nel Movimento Sociale Italiano, di cui lo stesso Covelli divenne presidente (Almirante segretario).

Dalla militanza politica Tajani transitò quindi al giornalismo attraverso il periodico conservatore “Il settimanale”, animato da Giano Accame, intellettuale di destra con un passato repubblichino. Poi entrò brevemente al Gr1 e di lì al Giornale.

La redazione romana del quotidiano di Montanelli era nota (anche a Milano, in via Gaetano Negri) per essere tutta o quasi di vecchie simpatie missine, dal capo Guido Paglia in giù. Un gruppo abbastanza coeso, che quasi interamente – negli anni Ottanta – decise di sostenere l’ascesa politica del decisionista Craxi, visto come l’uomo che poteva fermare l’avanzata del Pci.

Fu in questa fase di appoggio “da destra” al Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) che Tajani si produsse anche in una biografia del ministro Lelio Lagorio, detto “il socialista tricolore” proprio per la sua particolare posizione da nazionalista dentro il Psi. Curiosamente, Lagorio era stato il primo a usare lo slogan “Forza Italia!”, da ministro, nel 1982, per un convegno nell’aula magna della Scuola Sottufficiali dei Carabinieri di Firenze sull’«identità italiana». La leggenda vuole che 11 anni dopo quel nome sarebbe stato suggerito a Berlusconi proprio da Tajani, memore di quella giornata, ma di questo non ci sono prove documentali (qui sopra, tra le due foto di Tajani, la locandina di quell’evento).

Certo è invece che nel 1991, a 38 anni, Tajani prende il posto di Paglia come capo della redazione romana del Giornale ed è in quel ruolo che crea un asse di ferro con Gianni Letta, al tempo ambasciatore a Roma del gruppo Fininvest (cioè la proprietà del quotidiano). È proprio Letta a consigliare Tajani a Berlusconi quando il Cavaliere, intenzionato a entrare in politica, ha bisogno di un giornalista navigato nelle acque della politica romana.

Così inizia la sua vera carriera politica: prima con la preparazione del nuovo partito, poi con la nomina a portavoce di Berlusconi per tutta la campagna elettorale che porterà alla vittoria del ’94.

A proposito, in quel periodo a Tajani viene offerto anche un posto da parlamentare, a Montecitorio. Ma accade un incidente: proprio nel collegio in cui è candidato, la lista di Forza Italia viene esclusa all’ultimo minuto per irregolarità formali. Tajani ci resta malissimo. Allora Berlusconi, per risarcirlo, lo inserisce in tutta fretta nelle liste per il Parlamento europeo, per le quali si sarebbe votato tre mesi dopo. Lui non ne è entusiasta ma accetta. Ed è appunto così, per caso, che inizia la sua carriera a Bruxelles.

Ma è un avvicinamento alle cose europee molto graduale. Nei primi tempi, ’94-95, l’impegno di Tajani è ancora tutto italiano: diventa coordinatore regionale del Lazio di Forza Italia e soprattutto entra nel triumvirato che accompagna Cesare Previti quando questi, il 4 settembre del 1994, viene nominato coordinatore nazionale del partito. Con lui altri ci sono due giovani Fininvest: Paolo Del Debbio – oggi volto di Rete4 che ogni tanto Berlusconi pensa di rilanciare in politica, e Niccolò Querci, un altro uscito dal vivaio aziendale, che più tardi sarebbe tornato a Mediaset fino a occuparne i piani più alti. Sono questi quattro – Previti, Tajani, Del Debbio e Querci – a organizzare Forza Italia mentre il Cavaliere entra a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.

Ancora nel 1996, Tajani vorrebbe mollare Bruxelles e occuparsi dei giochi politici nazionali. Ma questa volta a sbarrargli la strada è tal Giuseppe Alveti, sindaco di Paliano (Frosinone), del Pds, che lo sconfigge a sorpresa nel collegio di Alatri.

A rientrare in Italia proverà un’ultima volta nel 2001, candidandosi come sindaco di Roma, ma perde al ballottaggio contro Veltroni.

A questo punto Tajani fa di necessità virtù e inizia a occuparsi seriamente di Europa, anche perché a Bruxelles invece viene regolarmente rieletto. Diventerà commissario ai Trasporti (2008), poi all’Industria (2010), quindi vicepresidente del Parlamento Ue (2014).

Oggi è stato eletto alla carica più alta.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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