Charlie Hebdo e l’impatto psicologico del terrore: il dolore degli altri diventa la nostra angoscia

mente di un terrorista

Sulla base delle considerazioni, certo non nuove, delle due giovani psicologhe di Oristano, chiunque sia chiamato a descrivere, commentare e  documentare con immagini la crudeltà e la barbarie dei terroristi è necessariamente indotto a porsi qualche domanda. La prima: sono o non sono consapevole di offrire col mio lavoro una collaborazione involontaria ma determinante all’azione terroristica? La seconda: Ci sono modi efficaci per annullare o quanto meno ridurre gli effetti disastrosi di quella “comunicazione strumentale” senza per questo rinunciare al mio diritto-dovere di informare? Quali potrebbero essere questi modi? La terza: Posso essere certo che, accompagnando alla descrizione degli avvenimenti quella dell’esecrazione universale per i medesimi, gli “effetti devastanti” della comunicazione (paura, angoscia, inibizione sociale ecc,) sarebbero in qualche modo riscattati e orientati a buon fine? La quarta: è inevitabile che l’impatto emotivo cercato e ottenuto dai terroristi sia moltiplicato da una quantità smisurata di pagine e di spazio radiotelevisivo? La quinta: esiste un conflitto tra il mio interesse editoriale a vendere copie o ascolti e l’esigenza morale di non sfruttare a questo fine un’informazione drogata? Le risposte le lascio ad ognuno di voi. Trovarle non vi sarà difficile. (nandocan)  

***di , 14 gennaio 2015 – I terroristi si muovono da una posizione di dissenso ed odio verso l’altro, sfruttando la psicologia della comunicazione per produrre effetti devastanti, quali paura, angoscia, inibizione sociale, incremento del disagio esistenziale e sociale: nel terrorismo c’è una forte componente psicologica. Come ottengono effetti di tale portata? Il terrorismo utilizza i mezzi di comunicazione per generare terrore nella popolazione: è un modo di comunicare strumentale.

Gli atti terroristici non sono compiuti tanto per quello che realizzano in sé, per gli effetti che provocano, per il numero di vittime, quanto perché i media li utilizzino come notizia di rilievo e si trasformino in cassa di risonanza per propagandarne l’ideologia. Attraverso i media il terrorismo assume una portata non reale, ma amplificata.

I nuovi media sono, inoltre, in grado di raggiungere ogni parte del mondo, veicolando immagini e messaggi di terrore, conferendo loro teatralità e visibilità, attraverso la spettacolarizzazione dei contenuti. Ogni nuovo attentato diviene parte del nostro vissuto quotidiano. Così, gli strumenti di informazione, considerati sinonimo di libertà e democrazia, diventano la principale arma nelle mani dei terroristi per diffondere le proprie ideologie e per destabilizzare le altre società.

L’atto terroristico, attraverso il ricorso ad azioni ad elevato contenuto emozionale permette di alimentare il senso di impotenza e di insicurezza. Fa leva sulle vulnerabilità legate al soddisfacimento dei fabbisogni primari, quali la sopravvivenza e la sicurezza, in modo che la popolazione percepisca la propria fragilità e la concreta minaccia della propria incolumità. Le immagini di morte colpiscono l’emotività dello spettatore tanto più forte, quanto maggiore è l’immedesimazione, più reale l’idea del “poteva capitare anche a me”. Crea delle vittime emotive attraverso l’impatto psicologico del terrore, il dolore degli altri diventa la nostra angoscia.

Con il terrorismo vengono prodotte nuove paure, vengono amplificate quelle preesistenti, viene alimentata l’intolleranza verso gli estranei ed i diversi. È un crollo di certezze e di sicurezze che incrina l’equilibrio psicologico e produce un’enorme insicurezza collettiva. La paura psicologicamente è un sentimento che ci difende dal pericolo, permette l’attivarsi di meccanismi di difesa e di problem solving. Quando dalla paura, a causa di una mancata elaborazione razionale, si passa al terrore e all’angoscia, si rimane paralizzati e sottomessi.
Obiettivo finale del terrorismo è  indurre angoscia collettiva per diminuire la libertà dei cittadini.

leggi tutto

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

gtag('config', 'GTM-K2KB4MR', { 'send_page_view': false });
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: