Censis, l’insicurezza è il denominatore che accomuna praticamente tutti gli italiani

di Massimo Conte, 7 novembre 2013*

CensisSiamo tutti d’accordo: un conto è il dire, un conto il fare. Ma anche semplicemente il dire certe cose, invece di altre, una sua importanza ce l’ha. Il trovare il coraggio di dire certe cose, comunque – soprattutto quando di tratta di affermazioni “fuori moda” – concorre a ciò che chiamiamo atteggiamento generale. Ne “I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo”, il Censis rivela questo inatteso fenomeno. Un dato su tutti: gli italiani “entusiasti” all’idea di fare qualcosa per il prossimo in difficoltà (29,5%) sono il doppio di quelli che si entusiasmerebbero all’idea di andare in palestra o di farsi fare un massaggio (16%).E’ questo dunque il “ritorno del pendolo”? Dopo anni che annaspiamo tra i flutti di una crisi che permette soltanto di sognare il bel tempo, abbiamo deciso collettivamente di gettare alle ortiche il modello olgettina/fabriziocorona che ci portavamo dietro a partire dagli Anni ’80? E’ presto per dirlo.Censis, però, propone questa pittoresca metafora, per rappresentarci: siamo all’interno di una carrozza di un treno ad alta velocità quando, improvvisamente, si verifica un problema tecnico. Fino a quel momento, eravamo tutti assorbiti dai nostri “inseparabili giochini” elettronici. Ci danno sicurezza e status, non neghiamolo: “sto viaggiando a 300 km all’ora, sto navigando in Internet, sto lavorando, sto telefonando”. Ma ecco che, inaspettatamente, il treno rallenta e si ferma. Dopo un primo momento di sbandamento, cominciamo a guardarci l’un l’altro, nessuno vuol darlo a vedere, ma tutti ci sentiamo un po’ insicuri. Nasce così in ciascuno di noi il bisogno di comunicare, di non sentirci soli, e parlare con il vicino, ignorato fino a quel momento, sembra l’unico modo per uscire da un clima di insicurezza.E di fronte a quanto viene rappresentato ogni giorno sul palcoscenico mediatico, proprio l’insicurezza è il denominatore che accomuna praticamente tutti gli italiani: l’85% si dice preoccupato, il 71% indignato. Ma appena il 26,5% frustrato e il 13% disperato. Anzi, il 59% si sente, nonostante tutto, vitale. Il Paese, dunque, è tutt’altro che spento.

Censis rileva che si sta preannunciando una reazione al degrado antropologico, una reazione che però aspetta di essere incanalata e guidata: il 67% degli italiani non si sente rappresentato da nessuno. “La spinta ideale – si legge nel rapporto – mostra di avere sufficiente energia per far si che il ritorno del pendolo sia un percorso evolutivo e non involutivo”.

Ma, in attesa di un segnale, il 46% degli intervistati ammette di trovarsi nella condizione in cui vorrebbe fare qualcosa, ma non sa che cosa. Si tratta di un riposizionamento soltanto a parole? Può darsi, eppure qualcosa è già avvenuto, se il 40% degli italiani si dice disponibile a fare visita agli ammalati, il 36% ad attivarsi in caso di calamità naturale, il 37% nella manutenzione delle scuole, delle spiagge e dei boschi. Insomma, solidarietà e beni comuni sono tornati di moda?

Si potrebbe pensare che quando certi temi vengono recuperati dal dimenticatoio e riproposti dal sistema mediatico, risultano vitali ed attuali. A questo processo di restauro e di rilancio, secondo il Censis, non sarebbe estraneo neppure papa Francesco che sembrerebbe risvegliare in molti – anche fra coloro che non sono cattolici praticanti – l’interesse non soltanto per la fede, ma più in generale per una vita spirituale e interiore (il 59% degli italiani associa a questo pensiero una significativa fonte di energia) e per il gusto a una discreta frugalità nei consumi.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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