Catalogna: sì al dialogo, no alla violenza

Chi è d’accordo può provare a inviare questa o altra email analoga all’indirizzo riportato qui sotto.Grazie, Massimo. (nandocan)

Ambasciatore Jesús Manuel GRACIA ALDAZ,          (email: emb.roma@maec.es)

 
le scrivo questa lettera di protesta, perché molti di noi cittadini italiani sono rimasti indignati di fronte alla brutale violenza della polizia, contro i partecipanti al referendum in Catalogna. Non entro nel merito politico-costituzionale della questione. Ma qualsiasi sia l’intensità della controversia, uno Stato democratico – come è la Spagna – non può rispondere ad una mobilitazione non violenta con una repressione violenta, fino a sparare proiettili di gomma verso cittadini inermi, dopo aver manganellato anche anziani e donne con bambini.
 
Dov’è l’autocontrollo democratico del potere legittimo? 
O il Governo Rajoy sta subendo una regressione autoritaria per debolezza? 
 
Ambasciatore GRACIA ALDAZ,
in nome della profonda amicizia che lega l’Italia alla Spagna, le chiedo di farsi portavoce presso il suo Governo della profonda preoccupazione e indignazione di tanti cittadini italiani per questa degenerazione violenta, che ha creato una profonda ferita all’unità nazionale e al progetto europeo. Chiediamo che si avvii al più presto il dialogo tra le parti, che porti – così come avvenne con la Regione Basca per una crisi ben più drammatica – ad una soluzione condivisa. Quella lezione va rammentata. Questa volta non si deve arrivare ai morti. Ci si può – e ci si deve – fermare prima. Prima che la repressione subita fermenti in odio e terrorismo separatista.
Con vigilanza democratica,
Massimo Marnetto – Roma

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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