Castello di San Giorgio Maccarese (visita guidata)

***di Massimo Marnetto, turista per caso – 12 settembre 2021

Passo spesso affianco al Castello di Maccarese, ma stavolta l’ho voluto visitare. La guida ci spiega subito l’origine del nome: da Vaccarese, luogo di pascolo, a Maccarese per volere del proprietario della famiglia Mattei che volle cambiare l’iniziale. Il giardino all’italiana è molto curato, mi insospettisco: non può essere pubblico un luogo così perfetto. “Tutta la tenuta di Maccarese è stata rilevata dai Benetton” – fa la guida. Vorrei rispondere che se avessero tenuto bene così anche il Ponte di Genova… , ma poi mi mordo la lingua.

Il primo nucleo è di origine normanna, così come la Torre Primavera, più avanzata verso la costa, ormai inclusa da Fregene. “La trasformazione da casa di caccia a castello risale al XVI secolo, quando quasi tutto il circondario era afflitto da paludi e malaria. La dedica a San Giorgio deriva dalla leggenda del cavaliere Giorgio, che su richiesta del papa sconfisse un drago che terrorizzava i contadini, partendo dalla sua grotta poco distante, che ancora si chiama Malagrotta”. 

Pirati turchi

Maccarese divenne famosa quando la costa sabbiosa antistante e a declino morbido fece arenare una nave di pirati turchi, poi catturati dai butteri del luogo, con grande giubilo del Papa dell’epoca. Il maniero si ampliò e i successivi proprietari estesero la tenuta fino alla spiaggia di  Coccia di morto, così chiamata perché dalla vicina foce del Tevere arrivavano, trasportate dalla corrente, le teste dei giustiziati a Roma dall’ascia di Mastro Titta”.

Ma le bonifiche di Maccarese sono il tratto dominante della zona. Iniziate con la piantagione di una vasta pineta nel 1666 ordinata da Clemente IX (un Rospigliosi) sono andate avanti da allora a più riprese, finché dopo l’unità d’Italia questi interventi furono più decisi. Intanto, ai primi del ‘900, ci fu la prima ondata migratoria organizzata di contadini veneti e ravennati. Che dovevano iniziare a lavorare le vaste superfici finalmente strappate alla palude.

La storiella del mulo morto

Si produceva latte, vino, bestiame da carne, cavalli e persino moltissimi dei muli che usava l’esercito. “La storiella del mulo morto – fa la guida – è diventata saggezza popolare. Quando muore un mulo che spettava ad ogni dieci contadini, il fattore chiede al primo di loro di quale malattia fosse morto. “Mi non so, se ne occupava il Bepi”. Allora si rivolge a questo, ma la risposta è simile: “Mi non so, ci pensava il Toni” e così via, fino a scoprire che il mulo era morto di fame. Così i contadini di qui usano la frase del “mulo morto”, quando un compito è generico e finisce che nessuno lo svolge”.

Nel piccolo museo del Castello, ci sono foto di vendemmie, giocattoli poveri fatti dai figli dei contadini, attrezzi e cimeli di manifestazioni sindacali, “perché a Maccarese – fa la guida – fu raggiunto il primo accordo in Italia sulla parità di salario agricolo tra uomini e donne”.  Nell’ultima sala c’è un monitor per assistere alle interviste degli ultimi braccianti, registrate prima che morissero. Un anziano con un accento ancora veneto spiega che ha iniziato come scaccia-passeri, “con un barattolo di latta legato davanti che battevo con un pezzo di metallo andando su e giù nei campi”.

“Io ero contento di mungere – fa un altro – perché anche se dovevo svegliarmi che era ancora buio, potevo infilare i piedi nudi e gelidi nella cacca calda delle mucche”. “Cantavamo sempre – dice una signora in età con un’espressione di nostalgia –perché dove oggi c’è l’aeroporto di Fiumicino erano tutte risaie. C’era chi inventava la storia e chi il motivo. Poi c’era il pezzo cantato da una sola e il coro. Eravamo brave e bevevamo acqua con un po’ d’aceto per la voce. E la gente si fermava per il sentiero a sentirci. Ora è tutto diverso, ma se la terra non la canti, ti dà sempre meno”.

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