Il nodo irrisolto della giustizia penale

Roma, 9 maggio 2021 – La ministra Cartabia ha aperto oggi il dossier della riforma penale chiedendo di “mettere da parte i contrasti” in vista della presentazione, a Giugno, di una legge delega. Ma non sarà facile senza sciogliere quei nodi che fino ad oggi nessun governo ha provato o è riuscito a sciogliere con successo. E non mi riferisco tanto alle norme processuali, che oggi richiamano l’attenzione dei più, ma a quelli ben più importanti che riguardano la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Molti di questi nodi furono affrontati dal giudice Roberto Scarpinato, attuale procuratore generale alla Corte di Appello di Palermo, in un saggio su “Micromega”, pubblicato nel gennaio del 2012 col titolo significativo di “Un programma contro i poteri criminali”.

Nandocan ne pubblicò allora una breve sintesi. Convinto, come resta convinto oggi, che meritassero di essere conosciute, discusse e sostenute dal maggior numero possibile di cittadini. E che anche sulla base di quelle proposte si valutasse l’operato del governo e del parlamento. La ripropongo oggi, a nove anni di distanza, perché pur non conoscendo nei dettagli la legislazione intervenuta nel frattempo, ho il fondato sospetto che ben pochi passi fatti in quella direzione.

Eccola qui di seguito, a cominciare dalle proposte di revisione dei reati contro la Pubblica Amministrazione.

C’era una volta la bustarella

C’era una volta la bustarella, per secoli sinonimo di corruzione. Oggi la corruzione ha cambiato forma: non più soltanto bilaterale tra un corruttore e un corrotto, ma assai più complessa, quella dei comitati d’affari e delle reti di potere, le cosiddette “cricche”. Vuol dire che si compie un’attività amministrativa illecita non semplicemente in cambio di denaro ma sotto l’influenza di un sistema in grado di agevolare qualcuno nelle sue aspirazioni di carriera o di ascesa politica o di inserimento in un giro d’affari criminale. O anche per contraccambiare favori di questo genere già ricevuti in passato.

Ecco allora – scriveva Scarpinato, ancora procuratore generale di Caltanissetta ma ben noto per gli importanti processi da lui avviati e seguiti* – che “chi corrisponde il denaro non ha rapporti né con il pubblico ufficiale operante né con i quadri direttivi interni del sistema criminale. Chi prende i soldi non si espone direttamente con il pubblico ufficiale né con gli utilizzatori finali del risultato dell’illecito in quanto opera dietro le quinte utilizzando propri referenti esterni (figure ibride tra il lobbista, il procacciatore d’affari, il faccendiere)”.

Nuove misure legislative

Scoprire e disarticolare questi sistemi criminali, così come colpirne i soggetti, non è cosa facile ed esige l’adozione di nuove misure legislative, oltre alla reintroduzione di altre, che lo stesso procuratore generale sintetizza nei seguenti punti:

  1. Introdurre il reato di traffico di influenze illecite, per colpire i soggetti che mediano tra pubblici ufficiali e utilizzatori finali degli atti di abuso;
  2. Ripristinare il reato di abuso di ufficio anche per fini non patrimoniali (unificandolo con quello di interesse privato in atti di ufficio), per sanzionare le condotte dei pubblici ufficiali soggetti ai poteri di influenza ma talora estranei agli accordi corruttivi retrostanti;
  3. Prevedere una specifica aggravante per le associazioni per delinquere che hanno le caratteristiche e le finalità operative tipiche dei sistemi criminali, al fine di colpire anche la semplice partecipazione ai sistemi;
  4. Elevare in modo significativo tutte le pene dei reati di corruzione (da unificare con quelli di concussione), di traffico di influenze, di abuso di ufficio. Contemporaneamente prevedere una circostanza attenuante speciale con riduzione della pena sino a due terzi per i rei confessi che denunciano i propri complici. In modo da spezzare i vincoli di reciproca omertà che legano i componenti dei sistemi criminali, così rendendone possibile la disarticolazione.

Inoltre, la reintroduzione dei reati di abuso di ufficio per fini patrimoniali e di interesse privato in atti d’ufficio, indecentemente aboliti con legge 16 luglio 1997 n.234, dovrebbe essere accompagnata da “un’organica disciplina legislativa che sancisca a tutti i livelli istituzionali – iniziando dal parlamento e dal governo sino a discendere ai più piccoli comuni – l’incompatibilità tra interesse privato e funzioni pubbliche. Per impedire le diffusissime situazioni di conflitto di interessi allo stato ampiamente legittimate”. 

Relazioni pericolose anche fra privati

Che il mercato non si regola da sé, come pretendono i neoliberisti, ormai lo hanno capito anche i profani. Che gran parte dei danni prodotti all’economia con questa crisi siano dovuti alla mancanza di trasparenza e di regolarità delle contrattazioni, anche. E a rimetterci non sono soltanto consumatori e risparmiatori, ma anche le imprese che operano nella legalità.

Ecco perché, secondo il procuratore generale Roberto Scarpinato, è necessario introdurre un reato specifico di “corruzione in affari privati”, già previsto dalla convenzione penale europea. La proposta è destinata a colpire “i dipendenti, i consulenti, i collaboratori di una società che indebitamente ricevono, per sé o per terze persone, denaro o altra utilità, o ne accettano la promessa in relazione al compimento, all’omissione o al ritardo di atti rientranti nei propri incarichi e funzioni, ovvero al compimento di atti contrari ai propri doveri”.

Il reato dovrebbe essere punibile con la reclusione da uno a quattro anni, da due a otto anni se si tratta di amministratori, direttori generali, ecc. E, quel che più conta, accanto alla reclusione è prevista “l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese”.

Come ripristinare il falso in bilancio

Occorre poi, secondo il procuratore generale di Caltanissetta, “ripristinare il falso in bilancio come reato di pericolo e non di danno”, aumentando la pena fino a sei anni, a otto anni se si tratta di “false comunicazioni nelle società quotate in borsa”. Oggi il reato di cui all’articolo 2622 del Codice Civile è perseguibile soltanto a querela della persona offesa, in sostanza : 1) dall’azionista di controllo che in genere è proprio il mandante del reato; 2) dal piccolo azionista che può essere tacitato facilmente; 3) dai creditori che di solito ignorano il reato.

Ma perché sia ancora più difficile l’applicazione della norma, si richiede anche la prova dell’intenzione di ingannare i destinatari delle comunicazioni e quella di aver “cagionato un danno patrimoniale”. Per Scarpinato dovrebbe essere sufficiente che il falso sia stato commesso “consapevolmente”. (NB. Tre anni dopo queste proposte del Procuratore di Caltanissetta, anche a seguito di alcune importanti sentenze della Corte di Cassazione, venne approvata la legge 69/2015 che pose (in parte) fine alla vergognosa depenalizzazione del 2002).

Mafie, corruzione e riciclaggio

Lo sapevate? In Italia esiste il reato di riciclaggio ma non per i mafiosi e i corrotti, ai quali per legge non può essere imputato. Il codice penale infatti – spiega il procuratore generale Scarpinato nel suo saggio su Micromega – agli articoli 648bis e 648ter dispone che “non sono punibili per i reati di riciclaggio e di impiego in attività produttiva di denaro e utilità di provenienza illecita, coloro che hanno commesso i reati da cui provengono i proventi riciclati o reinvestiti”.

Per riciclaggio possono essere incriminati dunque solo coloro che operano per conto dei mafiosi, ma nella maggior parte dei casi neppure questi ultimi, perché la criminalità organizzata “tende ad avvalersi per il riciclaggio di persone che hanno un rapporto stabile nel tempo con l’organizzazione”. Capita poi che in qualche caso per il reato da cui deriva l’illecito profitto sia prevista una pena meno grave di quella disposta per il riciclaggio. Una volta scoperti, molti riciclatori fanno di tutto per accreditare se stessi come colpevoli, per concorso, del reato presupposto.

“Si assiste così a una strana inversione delle parti in commedia, l’imputato che si dichiara colpevole di reati che non ha commesso e il PM che invece deve dimostrare che è innocente di quei reati”. Per ovviare a questa paradossale impunità occorre dunque modificare quegli articoli del codice penale nelle parti che escludono dall’incriminazione per riciclaggio i casi di concorso nel reato principale come associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti ecc. 

E oggi? Si preferisce parlare di separazione delle carriere

Anche gli appelli del Quirinale a “recuperare credibilità e fiducia dei cittadini” sembrano caduti nel vuoto. E qualche mese fa, Il Procuratore generale di Palermo è intervenuto con parole pesanti a margine di una cerimonia di commemorazione del giudice Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia.

“In una corporazione di 9000 persone, quanti sono i magistrati in Italia, ha detto, ci possono essere anche quelli che non hanno questa statura etica, ma certamente bisogna evitare che un mondo politico che da tempo ha interessi a mettere la museruola alla magistratura, così come era ai tempi di Rocco Chinnici, possa cavalcare la tigre di questo momento per raggiungere un obiettivo che è quello di subordinare la magistratura italiana al potere esecutivo. Ecco, bisogna essere lucidi e capire che cosa bisogna salvare e cosa bisogna cambiare”.


** A carico del senatore Giulio Andreotti, insieme a Guido Lo Forte per il reato di associazione di tipo mafioso, i due impugneranno anche la prima sentenza di assoluzione era fra i 3 membri della pubblica accusa il più giovane

  • Per gli omicidi:
  • dell’europarlamentare Salvo Lima
  • del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella
  • del segretario regionale del Pci, Pio La Torre
  • del prefetto di Palermo Carlo Alberto della Chiesa
  • del segretario provinciale della Democrazia cristiana, Michele Reina
  • Indagine relativa ai progetti di eversione dell’ordine democratico sottostanti alle stragi del 1992 e del 1999.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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