Caro solito Scanzi

A proposito di Cofferati, dal sito pdiverso di Antonio Sicilia traggo questa letterina al collega Scanzi del “Fatto quotidiano”, ragionamenti che denotano un’intelligenza arguta e gentile come non è facile trovare in un giovanotto dei nostri tempi  (nandocan)

Sicilia Antonio***Caro solito Scanzi,
leggo con un sorriso ormai stanco la consueta ironia sul “coraggio” di Civati e l’altrettanto consueto parallelismo manzoniano con Don Abbondio.

Qui nessuno “si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità” caro Scanzi.
Quando provano a sfrattarti dalla casa che hai contribuito a costruire, è coraggioso chi resiste rimanendo all’interno o chi si fa accompagnare serenamente alla porta senza protestare?

Dispiace citare ancora Manzoni, che per sua fortuna ha una storia gloriosa non legata a quella democratica, ma fin dopo il Congresso siamo stati l’unico ramo del PD che volge a sinistra tra una catena ininterrotta di Renziani.

L’abbiamo fatto con lealtà e soprattutto con la passione di sempre. Non abbiamo mai avuto neanche un motivo per andar via dal PD. Ci siamo sempre riconosciuti nel Manifesto dei Valori e soprattutto nel programma elettorale “Italia bene comune”, rimanendo coerenti a valori e principi natii.
Cambiare il PD per cambiare l’Italia” era la nostra sfida e per noi significava proprio tornare a quell’entusiasmo originario, quel sentimento che parte dall’esperienza dell’Ulivo e da quell’entusiasmo che ci ha portato a costruire una casa comune nel solco del centro sinistra italiano.

Lo scenario nel giro di pochi mesi è cambiato. Il PD mira a diventare “Partito della Nazione”, senza steccati valoriali e ideologici, un’accozzaglia di forze politiche molto differenti per storia e riferimenti culturali, tenuta insieme all’ombra del decisionismo di un leader.

La sfida è diventata “cambiare i renziani, per cambiare il PD” ed è un obiettivo che accarezza l’impossibile. Contro questa arroganza si è schiantato il nostro coraggio, contro la superficialità di chi evita sempre di affrontare problemi interni, simulando coerenza e unità.
Non è un coraggio illimitato, siamo umani. I limiti sono quelli evidenziati dalle primarie in Liguria. Essere coraggiosi ha poco senso nel momento in cui la vittoria di una donna giovane e renziana (interessata) fa passare in secondo piano il desiderio di trasparenza e legalità, quello stesso desiderio che aveva portato ad annullare le primarie in Campania qualche tempo fa.

Una cosa deve essere chiara.
Non ce ne andiamo noi, ci stanno mandando via loro.
E ti assicuro è triste lasciare la casa che hai contributo a costruire. Succede quando la Maggioranza si pone “come una malattia, come una sfortuna,come un’anestesia, come un’abitudine”.
Abbiamo provato a contrastarla con coraggio ostinato, con la forza delle idee,raccontando le buone pratiche presenti in tantissimi territori, chiedendo più coraggio nel campo dei diritti civili, chiedendo più attenzione per l’ambiente e la povertà, parlando più di uguaglianza che di merito, parlando più di rette degli asili nido che di inutili bonus alle mamme.
Ora forse l’ostinazione non basta più, serve viaggiare in direzione contraria.
Ma come vedi il coraggio non ci ha mai abbandonato.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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