“Calati juncu ca passa la china”. (Con una domanda a Fabrizio Barca)

“Calati juncu ca passa la china” (abbassati giunco che passa la piena). Chissà quanti, fra politici, funzionari, imprenditori e mafiosi, direttamente o indirettamente coinvolti negli scandali di “Mafia capitale”, vanno rimeditando in questi giorni il vecchio proverbio siciliano. Con l’articolo che segue e che ho ripreso dal sito di articolo21, Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, sollecita il Partito democratico a non attendere la conclusione dell’iter giudiziario per porsi il problema di “una nuova forma organizzativa democratica adatta al XXI secolo”. Invito anche voi a leggerlo con attenzione. E con la consapevolezza che nessuna modifica al codice penale, pur doverosa, potrà mai bastare a risolvere la “questione morale” posta dalle sconcertanti rivelazioni di questi mesi. Anche sulla base dell’astensionismo clamorosamente documentato nelle scorse elezioni regionali,  credo che un confronto e una verifica sulla macchina del partito, “trascurata e indebolita nel funzionamento democratico interno”, come scrive Lo Monaco, non possano tardare. Per questo chiedo sommessamente a Fabrizio Barca  se non sarebbe il caso di accelerare al massimo la sperimentazione in corso nei luoghi idea(li) per coinvolgere la segreteria del Pd e tutto il gruppo dirigente del partito in una proposta di radicale rinnovamento da lui e dal suo team già ampiamente delineata. Prima che i “giunchi” rialzino la testa, più attivi e arroganti di prima, come è sempre accaduto in passato (nandocan). 

Lo Monaco Vito***A proposito di Mafia capitale e dintorni. di , 10 dicembre 2014* -Diventa concreta, cioè sostenuta dai fatti, l’intuizione che l’intreccio mafia-appalti-politica, non sia solo una chiave interpretativa teorica del modo di essere di una parte del potere della classe dirigente. Mafia Capitale dimostrerà, se confermata in sede finale di giudizio, quanta strada ha fatto il modello mafioso fino a riprodursi in loco. Gli investigatori, la Presidente della Commissione Antimafia, il Procuratore Antimafia sostengono, alla luce delle prove raccolte, che l’intreccio criminal politico romano non è frutto di infiltrazioni esterne, ma di processi auto generanti. Certamente il fatto che i vari Pippo Calò, mafioso di Porta nuova,  abbiano potuto frequentare i Palazzi romani del Potere e la banda Magliana tanti anni fa ha lasciato semi fertili. La prima domanda spontanea, di fronte alla vastità del fenomeno corruttivo-politico-criminale, riguarda la disattenzione e la sottovalutazione politica e giudiziaria passata di tale degenerazione e inquinamento della vita politica ed economica. Ci voleva l’efficienza investigativa di Pignatone per scoperchiare la pentola del malaffare che altri avevano tenuta ermeticamente tappata? Criminali neofascisti e dirigenti della sinistra sociale e politica appassionatamente insieme senza più steccati?

Com’è stato possibile? Nessuno può tirarsi fuori e parlare solo di mele marce, quando appare infetto un sistema intero. La riflessione deve riguardare il modo di far politica in questo secolo di postcrisi della democrazia praticata dai partiti e dal personale della prima e seconda Repubblica. Mettendo in fila il caso Mose, quello dell’Expò, tutto il malaffare e la corruzione a livello delle Regioni e locale, la disaffezione elettorale degli emiliani, non basta dire che la maggioranza degli italiani siano onesti. Ciò è vero, ma non da automaticamente centralità politica al contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione, causa ed effetto l’una dell’altra.  Occorrono scelte conseguenti sul piano legislativo e politico generale. Intanto con la riforma costituzionale ed elettorale bisogna restituire ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente chi eleggere e di darsi partiti dove possano partecipare e determinarne la politica, verificare i comportamenti trasparenti dei propri dirigenti, non consentire la vendita di pacchetti di tessere alla vigilia di primarie o congressi.

Guai a confondere tali dettati con il moralismo! Il rischio di far travolgere il centrosinistra e il Pd dalla crisi profonda del berlusconismo diventa reale. Ecco perché il Pd non può associarsi alla teoria delle poche mele marce e riflettere perché sia stato possibile imbarcare gente corrotta nelle proprie file e ritrovarseli coinvolti in scandali come segretari o deputati, solo dopo l’intervento della magistratura. Non si può attendere l’intervento salvifico dell’anticorruzione o del Pm professionale e indipendente, bisogna prevenire, verificare azione politica, arricchimenti sospetti, frequentazioni e clientele dei vari dirigenti politici e iscritti. Da anni il Centro La Torre ripete il mantra che quasi tutto era stato intravisto dai padri fondatori della legislazione antimafia. Perché oggi non regge più la paratia del controllo amministrativo e politico, ma solo quella giudiziaria (e in parte)?

La macchina del Pd, il più grande partito del socialismo europeo, come ripete il suo segretario, sembra trascurata e indebolita nel funzionamento democratico interno. La sua comunicazione poggia sui twitter e sui media esterni, mentre i propri sono chiusi come L’Unità o inadeguati come il sito o Europa. Il Pd, dopo la crisi del partito di massa, non ha ancora scelto una nuova forma organizzativa democratica adatta al XXI secolo. Fino ad oggi sembra prevalere un leaderismo senza collettivo sostanziale che sostituisce storicamente l’antico carisma berlingueriano frutto di un forte pluralismo interno, tormentato da dubbi e conflitti tra linee come quelle di Napolitano e Ingrao.

Il cedimento di dirigenti politici anche di sinistra agli stili di vita dettati dall’individualismo e dal consumismo, al fascino della ricchezza come potere, esecrata recentemente anche da Papa Francesco, impone una nuova centralità della lotta contro le mafie e la corruzione in Italia e in Europa com’è stato sollecitato dalla petizione al Parlamento europeo promossa dal Centro La Torre, Art21, Liberainformazione.

Mentre calano i consumi dei cittadini, si riempie sempre di più il sacco dei ladri, dei corrotti, dei criminali a spese dei primi. Alla fine, se non arriva la rigenerazione della classe dirigente, potrà scoppiare l’incendio sociale con la presunzione di salvare il Paese. Noi siamo tra quelli consapevoli che nella storia né l’uomo della provvidenza né il fuoco purificatore abbia prodotto gli effetti annunciati, solo l’intervento organizzato democraticamente dei cittadini ha cambiato le cose. Le leggi e i protocolli etici delle forze sociali per il contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata (dal 2012 Severino) ci sono. Occorre solo una ferrea volontà politica applicativa.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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