Burqa, Fatwa e Oppio: dalla A alla Z un vocabolario dei taleban che va oltre le parole

da Remocontro, 25 agosto 2021


L’arabista Camille Eid, di origini libanesi, docente alla Cattolica, propone su Avvenire un interessante spunto sul nuovo vocabolario afghano che si impone con il dominio talebano. Una spiegazione dei termini più utilizzati in questi giorni. Che non è, come potrete vedere, solo questione linguistica.

A come Afghanistan

Il Paese ha un unico primato mondiale: quello in ordine alfabetico. Per il resto, occupa spesso gli ultimi gradini. È, ad esempio, al 205esimo posto nella classifica del pil pro capite.

B come Burqa

È ridiventato sinonimo dell’oppressione della donna afghana. I taleban dicono di non volerlo imporre, ma il suo prezzo è balzato da 500-600 a 1500-2500 afghani in una sola settimana.

C come C-17

La foto del velivolo Usa, che ha una capienza massima di 154 posti, è diventata il simbolo della fuga disperata da Kabul, con 823 afghani accalcati al suo interno, tra cui 183 bambini.

D come Doha

Nella capitale del Qatar si sono tenuti i colloqui tra americani e taleban che hanno portato alla decisione di ritiro delle truppe Usa. Molti “misteri” fanno pensare a delle clausole segrete.

E come Emirato

Lo Stato afghano si definisce ormai come “Emirato islamico”. Non è certo che sarà più moderato rispetto al primo, ma sarà sicuramente più pragmatico riguardo le relazioni con l’estero.

F come Fatwa

Il primo editto, emanato sabato, imponeva la segregazione maschi-femmine nelle scuole. Ok a donne all’università, ma non insieme a uomini. Vietato alle docenti insegnare ai maschi.

G come Ghani

Il presidente Ashraf Ghani è fuggito da Kabul a bordo di un aereo verso il Tagikistan “per evitare un bagno di sangue”. Gli Emirati arabi uniti lo hanno poi accolto per “motivi umanitari”.

H come Hazara

Rappresentano il 10-15 per cento della popolazione afghana. Come sciiti, hanno potuto celebrare l’Ashura in libertà, ma la statua del loro leader storico a Bamiyan è stata trovata abbattuta.

I come Isi

I servizi pachistani (Inter-Services Intelligence) sono stati gli “sponsor” dei taleban del primo Emirato. Nell’attuale risiko afghano, Islamabad gioca più tranquillo rispetto ad altri Paesi vicini.

J come Jalalabad

In questa città sono caduti i primi morti della contestazione contro il nuovo ordine stabilito, quando i taleban hanno sparato contro la folla che manifestava con la bandiera nazionale.

K come Khorasan

Così si chama la Wilaya (provincia) proclamata dal Daesh nel 2015. Dal 2017 a oggi, la filiale ha rivendicato un centinaio di sanguinosi attentati, anche a Kabul, e circa 250 scontri.

L come Lapislazzuli

Il commercio di questa pietra ha arricchito alcuni “signori della guerra” del Badakhshan, ma un’indagine ha rivelato che nel gioco si sono inseriti ultimamente anche i taleban.

M come Mullah

Questo titolo religioso, che significa “maestro”, è portato da molti esponenti taleban. Finita l’era del famigerato mullah Omar, sentiremo spesso parlare dei mullah Akhunzada e Baradar.

N come Nato

L’Alleanza Atlantica ha gestito due operazioni in Afghanistan; prima l’Isaf (2001-2014) poi Sostegno risoluto (2015-2021). I militari della coalizione morti sono 3.232, tra cui 53 italiani.

O come Oppio

I taleban dicono di non voler trasformare il Paese in un narco-Stato ma, congelati i finanziamenti dell’Fmi, difficilmente avranno altro modo per sopravvivere senza la coltivazione dei papaveri.

P come Pashtun

È l’etnia maggioritaria del Paese con circa il 40 per cento della popolazione. Pashtun sono la maggioranza dei taleban, ma anche i tre “mediatori” locali: Karzai, Hekmatyar e Abdullah.

Q come Qaeda

L’organizzazione di Zawahiri intrattiene da decenni stretti legami con i taleban. Si parla di 400-600 militanti presenti attualmente nel Paese, ma il loro numero potrà presto crescere.

R come Rifugiati

I Paesi occidentali, con poche eccezioni, si sono limitati ad accogliere il personale afghano che aveva lavorato con i propri contingenti. Il grosso dei rifugiati si riverserà nei Paesi confinanti.

S come Sharia

I taleban hanno chiarito che il loro sistema non sarà democratico, ma che rispetterà i diritti previsti nella legge islamica. Secondo la rigida interpretazione della scuola deobandi, sicuramente.

T come Tagiki

Rappresentano circa il 27 per cento della popolazione afghana. Ad essi appartiene Ahmad Massoud, figlio del leggendario “Leone del Panjshir”, che ora guida la resistenza contro il nuovo ordine.

U come Uzbeki

Costituiscono circa il 9 per cento della popolazione. Il loro leader storico, il generale Abdul-Rashid Dostum, vicino alla Turchia, è fuggito in Uzbekistan durante l’ultima offensiva dei taleban.

V come Vietnam

Solo un mese fa il presidente Usa assicurava che non sarebbe stato un altro Vietnam e che i taleban non avrebbero conquistato tutto. Non esiste, diceva Biden, “nessuna analogia, assolutamente”.

W come Wakhan

Il Corridoio di Wakhan sarà uno degli asset geopolitici di Pechino per accedere alle risorse minerarie afghane. La Cina non si fa certo scrupolo per qualche diritto umano calpestato.

X come X-Ray

Parecchi tra gli attuali leader taleban – come il mullah Mazloom – risultano essere degli ex detenuti al Campo X-Ray di Guantanamo, poi liberati o scambiati con prigionieri americani.

Y come Yousofi

Un mese fa, la velocista Kimia Yousofi portava la bandiera afghana alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo. Ora è rifugiata in Iran, come i suoi genitori scappati durante il primo regno dei taleban.

Z come Zalmay

L’artefice dell’accordo di Doha è Zalmay Khalilzad, un diplomatico americano di origini afghane. Nel 2018 aveva ricevuto l’incarico di trovare una “soluzione pacifica” al conflitto afghano.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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