“Bomba d’acqua” devasta la Sardegna. Le responsabilità di politica e istituzioni. L’informazione, passata l’emergenza, continui a raccontare e denunciare

sardegna ciclone

Quando l’informazione cesserà di dipendere soltanto dalle reazioni emotive dei lettori e non dalle loro necessità obbiettive? Perché nessun quotidiano ha mai fatto una vera campagna per la difesa del territorio e dell’ambiente? (nandocan)

****di Gianfranca Fois, 19 novembre 2013* – E’ ormai arrivato a 18 il numero delle vittime, senza contare i dispersi, i feriti e gli sfollati, la distruzione di strade, ponti, abitazioni, aziende. Il maltempo che si è abbattuto sulla Sardegna è stato impressionante, il sindaco di Olbia, riferendosi alla sua città, ha parlato di “bomba d’acqua”, non si era mai visto niente di simile né per l’intensità né per le sue conseguenze. Non dovrebbe essere il momento delle polemiche bensì del lutto, ma l’esperienza ci insegna che dopo il primo cordoglio e i primi buoni propositi seguono l’oblio e la ripresa di progetti scriteriati di cementificazione del territorio, l’incuria, l’insipienza e, talvolta, gli imbrogli.

A questo si aggiunge l’inefficienza e la burocrazia della pubblica amministrazione (vedi ad esempio la situazione di Capoterra dove non è stato fatto nessuno degli interventi urgenti finanziati dopo l’alluvione di cinque anni fa), l’incapacità e la corruzione della politica.
Proprio lunedì 18 il presidente della regione Sardegna Ugo Cappellacci avrebbe dovuto presentare le novità del piano di aggiornamento e revisione del piano paesaggistico regionale deliberato dalla Giunta regionale il 25 ottobre 2013 e che il Ministero dei Beni culturali ritiene illegittimo per tutta una serie di motivi.
Con questa delibera si andrebbe incontro al piano di investimento dello sceicco del Qatar che prevede un miliardo di Euro con la possibilità di edificare 550mila metri cubi, una nuova colata di cemento in una regione che ha cementificato, sino al piano paesaggistico della precedente giunta Soru, senza controlli, in modo disordinato, erodendo il suolo, coprendo fiumi e torrenti e impedendo alle acque di seguire l’itinerario percorso da secoli.
L’acqua, come d’altra parte il fuoco, è uno degli elementi essenziali della natura, è fonte di vita ma può esserlo anche di morte, oggi nella nostra società purtroppo l’uomo ha perso quelle relazioni che lo legavano al territorio, alla campagna e al bosco e questo ha portato al disinteresse nei confronti della natura e delle sue esigenze ma purtroppo anche al venir meno del diritto di esigere da parte degli amministratori e dei politici un controllo puntuale e attento dell’ambiente, la messa in opera di quegli strumenti necessari perché l’acqua non diventi un pericolo, o perlomeno, in occasione di eventi straordinari, i danni alle persone e cose possano essere limitati.
Si tende inoltre a delegare tutto agli altri, in particolar modo agli specialisti, in questo caso la Protezione civile, senza assumersi le proprie responsabilità civili e quindi impegnarsi a partecipare all’attività di prevenzione che dovrebbe essere invece sentita come necessaria ogni giorno.
Questa tragedia chiama quindi in causa tutti, anche il mondo della comunicazione.
Infatti i media potrebbero svolgere un ruolo importantissimo nel sensibilizzare i cittadini sul problema dell’ambiente e della sua salvaguardia, a cominciare anzitutto dal linguaggio usato a volte generico e che spesso veicola posizioni non corrette o luoghi comuni che sembrano sottovalutare l’importanza dell’azione dell’uomo nell’entità dei danni causata da un fenomeno naturale, anche se di notevole impatto.
Inoltre, dopo che è passata l’emergenza, bisognerebbe continuare a raccontare, approfondire, denunciare. Questo non avviene in gran parte d’Italia, e ancora di più in Sardegna dove il quotidiano più importante e la tv privata principale appartengono ad un costruttore. C’è inoltre sottolineare che ormai una parte dei giornalisti è precaria e quindi facilmente ricattabile.
E invece bisogna mantenere viva la memoria di quanto succede e di quanto è successo, bisogna esercitare un controllo attento su decreti e leggi che spesso sono causa di inquinamento, devastazione del territorio, non bisogna cedere alle proposte di speculatori che non hanno certamente a cuore il nostro paesaggio e si devono anche recuperare i saperi antichi dei nostri nonni che si sono dispersi o sono stati considerati “antiquati”, si devono avviare opere circoscritte su piccola scala ma durevoli nel tempo per bonificare l’ambiente.
Proprio per questo un’informazione libera e indipendente può partecipare al recupero del nostro senso civico frantumato in questi ultimi decenni in posizioni individualistiche ed egoiste, dobbiamo comunque riconoscere che mediattivisti e diversi giornalisti lo stanno già facendo ma ancora non riescono a far giungere la propria voce in modo diffuso e capillare, perciò molto resta da fare.

*da articolo 21il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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