Bio-pause

Difficile pensare di cambiare qualcosa in politica economica e nelle condizioni di lavoro finché tutto viene fatto dipendere da un unico postulato: produrre e vendere di più, col maggiore profitto e al minimo costo. Si tratti di beni o servizi, materiali o solo immaginari come quelli oggi prediletti dai finanzieri. Se la nostra non fosse una Repubblica “affondata sul lavoro”, come ironicamente titola questa settimana la rivista “Left”, al centro dovrebbe stare la “crescita” della persona, con i suoi diritti e doveri, non necessariamente quella della produzione e tanto meno del denaro. E fra i diritti, quello al rispetto delle esigenze biologiche del lavoratore non dovrebbe mai dipendere da una concessione del datore di lavoro né dal ricatto implicito del lavoro precario (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 2 febbraio 2018 – Il tempo è denaro. E allora, la nuova lotta del capitalismo più aggressivo non è ridurre solo i tempi di processo dei macchinari, ma anche comprimere le bio-pause dei lavoratori.

Il braccialetto che Amazon fa indossare ai suoi dipendenti esaspera questa tendenza, perché serve a monitorare le sequenze delle azioni di lavoro degli addetti. Così il dipendente viene pedinato da una tecnologia che segnala ogni sua incertezza e lentezza.
Questa che viene spacciata per un’ ottimizzazione è in realtà un altro attacco al diritto alle bio-pause. Ovvero ai così detti tempi morti, che invece ci allungano la vita. Da quelli più lunghi – ferie, fine settimana, festività – a quelli più ricorrenti: sonno, pasto, bagno, fino al semplice sgranchirsi le gambe dopo una posizione seduta prolungata. Tutte queste pause sono sotto attacco. E noi ne siamo complici, quando inquiniamo con i nostri comportamenti scorretti l’ecologia degli intervalli: acquistando di domenica nei negozi che non rispettano la chiusura; pretendendo la consegna in 24 ore del bene appena cliccato on line; preferendo il bassissimo costo di una merce, possibile solo con lo sfruttamento e il ridotto riposo degli schiavi della turbo-produzione.
Dobbiamo difendere le bio-pause. Anche da noi stessi.
Non cedendo ad una cultura che ci vuole convincere che essere frenetici equivalga ad essere dinamici. Se diamo tempo agli altri, ne avremo anche per noi.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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