Bielorussia-Polonia: migranti come arma, muri di filo spinato. L’Ue accusa Lukashenko ma sospetta di Varsavia

Piero Orteca su Remocontro, 6 dicembre 2021


4.000 migranti quasi tutti irakeni o afghani presi tra due fuochi. Spinti dal regime bielorusso, cercano di attraversare la frontiera polacca ma trovano schierato l’esercito che li respinge. Varsavia: «Ci difenderemo». La Nato «pronta a intervenire», ma non si sa come. Bruxelles pensa a nuove sanzioni contro Lukashenko ma sospetta Varsavia che non vuole Frontex e lascia l’Ue al buio. Riparte il tam tam sovranista per finanziare i muri

Disperati usati come arma

Spinti dal regime di Minsk verso la frontiera con la Polonia e respinti indietro a colpi di lacrimogeni dalla polizia polacca. Fra i tre e i quattromila migranti ieri tra due fuochi, usati da Lukashenko che li utilizza per punire l’Unione europea per le sanzioni adottate contro il Paese, e respinti quasi con ferocia dalla cattolicissima Polonia sempre contro Bruxelles, a farle pagare la costruzione di nuovi muri. Varsavia, ha schierato ormai 22 mila uomini alla frontiera est.

Fronte Est ed ecco la Nato

Ed ecco che la crisi dei migranti creata ad arte da Minsk rischia adesso di sconfinare verso scenari politici imprevedibili e pericolosi, come segnala Giuseppe Sedia sul Manifesto. «Con la Nato, chiamata in causa dell’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, oggi leader dell’opposizione al governo populista di Diritto e giustizia (Pis), attenta a quanto accade e “pronta ad assistere gli alleati”, dall’altra parte, Mosca che difende e giustifica il regime bielorusso».

Checkpoint Kuznica

Zona di Podlachia, nel profondo nordest del paese, dove la voce di un buco nella rete delle recinzione avrebbe convinto i profughi a tentare il tutto per tutto. La maggior parte delle persone  arrivate sul confine  provenivano da una manifestazione organizzata dai migranti iracheni presenti in Bielorussia. E a Kuznica è successo di tutto. Esercito e polizia hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere i migranti, mentre alcuni profughi hanno provato a sfondare le recinzioni utilizzato tronchi di alberi a mo’ di arieti.

Anche solidarietà popolare

In Polonia c’è anche chi continua a dare prova di solidarietà nei confronti di esseri umani usati come pedine di un gioco politico crudele che coinvolge Varsavia, Minsk e Bruxelles. Luci verdi all’esterno delle abitazioni dagli abitanti dei villaggi polacchi di confine per segnalare la propria disponibilità ad offrire soccorso ai migranti, passando per gli appelli firmati da personalità della cultura. Denuncia della «catastrofe umanitaria» al Consiglio d’Europa e al parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk.

Frontiera solo polacca, niente Frontex

Varsavia fai da te spera di poter gestire l’emergenza senza coinvolgere Bruxelles. Nessun coinvolgimento di Frontex né di Europol, «che potrebbe essere interpretato come un cedimento all’idea di sovranità che il Pis vuole continuare a trasmettere ai suoi elettori». Nessun aiuto e occhio europeo in campo, è la sostanza, col sospetto che così Varsavia può operare indisturbata anche i respingimenti illegittimi, anche dei migranti già giunto in Polonia nel passato e che avrebbero diritto ad avanzare richiesta di asilo: come succede a tutti i migranti che sbarcano in Italia attraverso il confine marittimo del Mediterraneo.

Sovranismi o bassi opportunismi politici

«Sul fuoco soffiano i nazionalisti: non solo quelli polacchi», sottolinea Angela Mauro sull’HuffPost.  Da Varsavia una chiamata alle armi per gli alleati sovranisti europei. «Bisogna fare di tutto per andare in aiuto della Polonia, che deve affrontare una vera e propria aggressione migratoria!», scrive su Twitter Marine Le Pen, pronta a usare la questione come arma elettorale in vista della corsa per l’Eliseo l’anno prossimo. Poi gli opportunismi parlamentari europei sul fronte dei muri da far finanziare all’Unione. Ad esempio l’elezione del prossimo presidente dell’Eurocamera a fine anno, dove già si colgono ammiccamenti sospetti.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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