Biden accusa Trump di eversione e apre nuovi scenari politici e giudiziari

da Remocontro, 14 gennaio 2022

«Non è più il tempo della riconciliazione, il costo del 6 gennaio è ancora alto». Joe Biden ha messo l’elmetto nel salone del Campidoglio, dove, un anno fa l’orda della destra a momenti non rovescia la democrazia americana.

L’innominato Trump

Il golpista senza la dignità di un nome proprio. Per sedici volte il presidente Biden indica il colpevole senza mai chiamarlo per nome. Per 16 volte ‘l’ex presidente, lo sconfitto presidente, il mentitore’.
«Un ex presidente degli Stati uniti d’America ha creato e diffuso una rete di menzogne sulle elezioni del 2020. L’ha fatto perché valuta il potere più dei principi, i suoi interessi più importanti di quelli del paese, il suo ego ferito più della democrazia e della Costituzione».

Un pugnale alla gola della democrazia

«Per la prima volta nella nostra storia, un presidente, che aveva perso le elezioni, ha provato a impedire il pacifico scambio di poteri, mentre una teppa violenta invadeva il Campidoglio. Hanno fallito. Questa è la verità: l’ex presidente degli Stati Uniti ha creato e diffuso una ragnatela di bugie sulle elezioni del 2020. Perché crede al potere, non ai principi ideali e vede i propri interessi al di sopra di quelli del paese… Il suo ego sconfitto pesava più della democrazia e della Costituzione. Non ha accettato di perdere, Non si ama il paese solo quando si vince. Non si è patrioti mentendo. Chi ha invaso Capitol Hill, e i mandanti, hanno puntato un pugnale alla gola della democrazia».

Svolta politica, Casa Bianca all’attacco

Il discorso, echeggiato con toni analoghi da un intervento della vicepresidente Kamala Harris, segna una svolta nella politica della Casa Bianca, rileva Gianni Riotta, «dopo mesi in cui ha tentato di dialogare con i parlamentari repubblicani moderati e con la destra del suo partito, guidata dal senatore della West Virginia Joe Manchin, Biden prende atto della realtà».

Colpo di stato prolungato

«Con un anno di ritardo, incagliato in un parlamento dove per bloccare i suoi grandiosi piani di spesa è bastato un senatore democratico che ereditò il seggio da uno del Ku Klux Klan, con lo spettro di rovinose elezioni di midterm tra dieci mesi, il presidente Biden ha scelto la commemorazione dell’assalto a Capitol Hill per denunciare quello che da dodici mesi accade sotto gli occhi di quasi tutti: il colpo di stato prolungato», sottolinea Roberto Zanini sul Manifesto.

Eversione continua

E se l’assalto al Campidoglio fu un golpe pasticcione, una violenta e pericolosa jacquerie scatenata senza l’appoggio di alcuna istituzione (politica, militare, di intelligence), ha però portato gli Usa oltre la ‘porta proibita’, Trump insiste, colpisce ogni possibile oppositore repubblicano e crea le condizioni per manipolare il voto prossimo e quello dopo. «Lo ha fatto a colpi di leggi statali che limitano l’accesso ai seggi a certi elettori, ridisegnano i collegi elettorali in modo gaglioffo, autorizzano i parlamenti statali a invertire il risultato delle urne per motivi minimi, e altre sovversioni legal-contabili della democrazia come la conosciamo».

‘Loro’ contro tutto e tutti

Ormai sono “loro” contro tutti. Ieri al Campidoglio non c’era un solo senatore repubblicano, tutti al funerale del collega della Georgia. C’era rimasta soltanto Liz Cheney, la figlia del vice di Bush jr, la sola repubblicana che abbia azzardato attaccare Trump – che la insulta ogni giorno. «Non può accettare di avere perso», denuncia Biden. E Trump di fatto conferma, con una breve dichiarazione scritta ‘dalla reggia di Mar-a-Lago’: ‘teatro politico è distrazione dai fallimenti’.

L’unica destra rimasta

«Trump resta il capofila dell’unica destra rimasta, la sua. Il suo comitato elettorale “Save America” ha in cassa circa 100 milioni di dollari, ha personalmente scatenato un autodafè repubblicano masticando senza pietà ogni pallido critico dentro il partito», sottolinea Zanini.

Allarme internazionale non adeguato

«È trend politico che tanti analisti europei, in particolare in Italia, assuefatti alla stabilità istituzionale degli Stati Uniti e scambiano la situazione attuale per uno scontro di routine tra partiti. Non è così», afferma Riotta sull’HuffPost. In un suo editoriale sul New York Times, l’ex presidente Carter, 97 anni, premio Nobel per la pace 2002, denuncia “ho paura per la nostra democrazia”, come Obama che dichiara “la democrazia rischia più oggi che un anno fa”». 

Generali ed ex presidenti

Il 17 dicembre, tre ex generali, Paul Eaton, Antonio Taguba e Steven Anderson, in un comune saggio pubblicato sul Washington Post, ammonivano i colleghi ancora in divisa al Pentagono “Siamo terrorizzati da un possibile colpo di stato militare nel 2024” citando i reduci e i soldati in attività che han presto parte al blitz a Washington: un manifestante su dieci era un ex membro dell’esercito. Da parte repubblicana solo l’ex presidente George W. Bush e il senatore Romney sembrano, apertamente, temere questa possibile svolta autoritaria.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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