Bertrand Russell e le religioni

***di Giovanni Lamagna, 23 gennaio 2022

In “Perché non sono cristiano” Bertrand Russell afferma: “… non solo intellettualmente la religione è dannosa, ma anche moralmente, perché la sua etica non contribuisce alla felicità.” Non sono d’accordo con una tale presa di posizione; o, meglio, sono d’accordo solo in parte con essa; perché questo giudizio di Russell mi sembra esagerato, unilaterale, eccessivamente drastico.

Un giudizio drastico

Per me la religione o, meglio, le religioni hanno avuto una funzione positiva e una negativa, un ruolo progressivo e uno regressivo nella storia dell’Umanità; e per alcuni aspetti ce l’hanno ancora. Come del resto lo hanno avuto (e lo hanno anche oggi) tutti i fenomeni umani e storici, compresi le filosofie e le scienze, di cui Russell è stato insigne e qualificatissimo esponente.

E’ sbagliato dunque evidenziare solo i secondi (quelli negativi) e ignorare o addirittura negare i primi (quelli positivi). Le religioni, per una lunga fase della storia dell’Umanità, hanno dato delle risposte – per come potevano ed erano capaci, dato il contesto culturale nel quale esse sono nate e si sono diffuse – alle domande fondamentali che si ponevano gli uomini, quelle cioè relative al senso del loro stare qui in questo mondo e sul destino della loro esistenza.

Hanno in molti casi elevato la coscienza morale dell’Umanità

Hanno in molti casi e in maniera indubitabile, sia pure con mille e passa contraddizioni, sia teoriche che pratiche, elevato la coscienza morale dell’Umanità, insegnando all’Uomo a distinguere il Bene dal Male e contribuendo al diffondersi di valori quali la ricerca interiore, la spiritualità, la compassione e la solidarietà verso il prossimo, persino l’amore fraterno.

Hanno, quindi, svolto (almeno per una certa fase storica; o, meglio, per una lunga fase storica) un ruolo essenziale nella vita delle persone e, per questo, tutto sommato, positivo; anche se non sono mancati, di certo, i collaterali negativi, in alcuni casi anche molto gravi, anzi gravissimi, persino ripugnanti e sacrileghi. Vedere solo questi, però, è frutto di un’ottica deformante e parziale, se non addirittura prevenuta; non laica, ma ciecamente e scioccamente laicista.

Il senso della Storia

Oggi, forse, in una fase storica del tutto diversa da quella in cui le religioni sono nate, alcuni millenni orsono, in una fase sicuramente più evoluta della storia dell’Umanità (anche se pure questa non certo priva di limiti e di contraddizioni), i lati e gli effetti negativi delle religioni ci vengono ovviamente più in evidenza. E non ci sono dubbi che sia giusto riconoscerli e denunciarli fino in fondo; anzi che si possa (e forse si debba) parlare addirittura di un superamento delle religioni, nel senso di una loro superata necessità storica. E, però, ciò non basta a giustificare (almeno a mio avviso) il giudizio così drastico di Russell, da cui è partita questa mia riflessione; se vogliamo conservare – come penso sia sempre giusto fare – il senso della Storia.

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