Basta chiacchiere della politica che promette e non mantiene. A Glasgow la parola agli scienziati e ai numeri

Piero Orteca su Remocontro, 2 novembre 2021

Tanti “committment” (impegni), ma nessuna “obligation”. E così, almeno fino a quando si è parlato di ambiente e di catastrofe climatica planetaria, i protagonisti del G20 se la sono cavata con una raffica di belle parole.
Nella ventina di pagine del documento finale, che ha suggellato le “conquiste” (ma quali?) del vertice romano, solo cinque sono dedicate al degrado ambientale. E, comunque, con un taglio che è più economico che politico.

Possibili strategie finanziarie, poche decisioni da prendere subito

Chiacchiere se ne sono fatte assai e magari qualcosa, prima o dopo, si riuscirà a portare a casa. Ma da uno schieramento che rappresentava l’80% del Pil mondiale, ci si aspettava molto di più. Anche perché il deterioramento ambientale è sempre più incalzante, come purtroppo rivela l’ultimo “Climate Trasparency Report”, che fa la radiografia al comportamento dei Paesi del G20. Che promettono assai e stringono poco, ma vengono poi smascherati dai numeri, di fronte ai quali non si può bluffare.

‘Climate Trasparency’

In effetti, il monitoraggio della “Climate Trasparency” verrà esibito proprio alla “COP26”, la Conferenza delle Parti promossa dall’ONU e già cominciata a Glasgow, dove gli scienziati snoccioleranno cifre e dati e faranno vedere diagrammi da paura. In Scozia, praticamente, si farà un’analisi comparativa con la Conferenza di Parigi del 2015 e si confronteranno gli eventuali progressi. Che, già da ora, possiamo preannunciarvi essere insoddisfacenti.

Un colpo basso

Per far capire che aria tira, occorre dire ché il G20 di Roma ha mollato un colpo basso alla Conferenza di Glasgow. Come? Ha annacquato la decisione di arrivare “a emissioni zero di CO2 entro il 2050”. Ora si parla solo di raggiungere quest’obiettivo, “all’incirca verso la metà del secolo”. Al vostro buon cuore, insomma, e senza date-capestro. Per non fare arrabbiare chi le cose le vede diversamente. Come Cina e India, per esempio, che accusano gli occidentali di avere costruito il loro sviluppo facendo della Terra una camera a gas. E ora pretendono di dettare a tutti il galateo del comportamento ambientale.

Alla COP26 si fa sul serio

Comunque sia, alla “COP26” si fa sul serio e alcuni segnali lo testimoniano. Ieri il premier britannico Boris Johnson, intervistato dalla BBC, è stato durissimo: “Manca un solo minuto alla mezzanotte del pianeta – ha detto – e i leader mondiali se ne devono rendere conto. Basta con le promesse, è ora di agire”. Johnson, dopo aver esortato tutti a pensare alle nuove generazioni, è stato conseguente, perché ha subito bloccato una miniera di carbone che doveva essere realizzata in Cumbria.

Promesse da marinaio

Tra le altre cose, il governo inglese ha rivelato che gli impegni che ieri sono stati ribaditi al G20, cioè quelli di continuare a stanziare 100 miliardi di dollari l’anno, per la transizione energetica nei Paesi in via di sviluppo, finora non sono stati pienamente onorati. Secondo Johnson, poi, bisogna accelerare l’offerta di automobili con motore elettrico e stroncare la deforestazione. Argomento, quest’ultimo, toccato anche a Roma, dove ci si è riproposti di piantare, nei prossimi anni, “mille miliardi di alberi”. Impegno lodevolissimo, se fosse mantenuto.

Troppo ‘politichese’

Ma è proprio questa la chiave del problema. Tutti i vertici e i supervertici internazionali, organizzati finora sul cambiamento climatico, sono stati caratterizzati da un approccio “politichese”. Gli “sherpa” (i collaboratori dei ministri) preparavano corposi dossier, che nelle sedute plenarie venivano quasi ignorati e nei documenti finali restavano completamente ai margini. Perché i dati di partenza (impietosi) stridevano palesemente con le conclusioni, sempre caratterizzate da vaghezza e ambiguità.

Asimmetria d’interessi

Le ragioni? Diciamo “asimmetria di interessi”. Andatevi a scorrere la lista dei Paesi che compongono il G20 e vi troverete i maggiori inquinatori del pianeta. Specie per quanto riguarda le emissioni di CO2. Nell’ordine: Stati Uniti, Cina e India. Nessuno vuole rinunciare al proprio sviluppo economico per gli altri o, se volete, per il bene di tutti. Così, un colpo al cerchio e uno alla botte, finora solo gli scienziati hanno correttamente analizzato il problema e offerto le soluzioni. Mentre i politici, per ragioni di bandiera, hanno fatto finta di seguirli, ma in pratica si sono girati dall’altro lato.

Turning point, punto di svolta

Ma la “COP26” sembra veramente un turning point, un punto di svolta. A Glasgow i ricercatori alzeranno la loro voce e assieme ai numeri, che inchiodano i politici alle loro responsabilità, lanceranno accuse precise verso quei Paesi che giocano d’azzardo. D’altro canto, la via “individuale” allo sviluppo economico non porta da nessuna parte. La globalizzazione ci chiude tutti in un’unica bolla, produttiva e commerciale. Pensare di aggirare i vincoli sulle emissioni, significa guadagnare qualcosa oggi, per poi perdere tutto domani.

Fotografia da paura

Alla COP26 gli scienziati diranno che gli ultimi 10 anni sono stati i più caldi della nostra storia. L’innalzamento della temperatura complessiva, anche in frazione di grado, ha avuto un impatto devastante per quanto riguarda i fenomeni meteorologici estremi: dalla scarsità di piogge alla siccità, agli incendi boschivi; dal massiccio aumento della piovosità, alle inondazioni; per finire col moltiplicarsi di tempeste tropicali e uragani anche a latitudini finora mai viste.

Rischio di perdere tutto

Tutto questo ha un costo, non solo in vite umane, ma anche per gli assetti finanziari di ogni continente. L’ONU ha già messo in guardia i Paesi ricchi, dicendo che aumenteranno progressivamente e in modo imponente le migrazioni internazionali, causate da calamità naturali. Non pagare subito per avere un pianeta più sicuro e più vivibile, insomma, significa che, domani, correremo il rischio di perdere tutto.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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