Barriere e confini

di Giovanni Lamagna, 14 gennaio 2022

Diego Fusaro nel suo libro “Caro Epicuro” (2020) scrive (pag. 265- 266): “… il filosofo Kant… distingue tra un confine inteso come barriera invalicabile (che in tedesco chiama Schranke), che divide ermeticamente senza poter essere attraversato, e un confine inteso come limite che può essere attraversato (Kant lo chiama Grenze). A differenza della barriera, il limite è ciò che si affaccia da una parte e dall’altra: non impedisce l’attraversamento, semplicemente lo regola e lo controlla, facendo sì che tra le due realtà separate non si crei indistinzione e l’una non occupi lo spazio dell’altra.

Se la barriera è negativa, il confine è positivo

In effetti, se la barriera è negativa in quanto tale, perché chiude incondizionatamente e nega ogni possibile relazione, il confine è positivo. Esso non nega il transito, ma evita le invasioni. Non impedisce le relazioni, ma evita che diventino sopraffazione. Non interdice il nesso tra i differenti, ma fa in modo che non si perdano le frontiere che li separano, rendendoli non identici. La mia epoca, Epicuro, tende a commettere un errore, che la filosofia può agevolmente smascherare: tende a tradurre la giusta lotta contro le barriere in una battaglia, in sé sbagliata, contro i confini. Per questo, quello in cui io vivo è il tempo dello sconfinamento: il movimento generale con cui si viola ogni barriera è lo stesso con cui si nega ogni confine.

Lo sconfinamento della globalizzazione

E’ questa, del resto, l’essenza stessa della già discussa globalizzazione: il suo fondamento è quella “libera circolazione delle merci” che ha come presupposto l’abbattimento di ogni confine. In questo modo, il mondo come pluralità di differenze demarcate da confini si ridefinisce come un unico mercato sconfinato: nel suo spazio globale, tutto circola senza impedimenti e, con i confini, spariscono le demarcazioni che differenziano le realtà. Tutto diviene indistintamente la stessa cosa. E, in questo senso, lo sconfinamento della globalizzazione potrebbe essere intesocome l’invasione di ogni territorio del mondo, privato dei suoi confini, dalla merce e dalla forma di esistenza che a essa si associa.”

Il ragionamento svolto da Fusaro è in larga parte condivisibile: anch’io sono contrario alle barriere che segnano confini insormontabili; allo stesso tempo anch’io sono contrario alla perdita delle identità segnate dai confini, che si traduce in una indistinta omologazione delle diversità e, quindi, dei diversi.

No alle barriere ma anche a confini immutabili

Aggiungerei, però, al ragionamento di Fusaro questa considerazione, che segna un’importante differenza tra il mio punto di vista e quello di Fusaro: per quanto mi riguarda i confini non solo devono essere superabili e attraversabili, ma non devono essere neppure considerati rigidi e assoluti, definitivi e immutabili. L’umanità, anzi gli uomini in carne ed ossa, hanno il diritto di considerare la Terra nella sua interezza la loro patria potenziale e tendenziale, se non attuale.

Ogni uomo ha il diritto di considerarsi cittadino del mondo oltre che cittadino di una patria specifica. Gli uomini pertanto hanno il diritto di aspirare all’allargamento continuo dei confini delle loro patrie originarie, fino al limite estremo dei confini stessi della Terra: utopia forse mai realizzabile del tutto, ma alla quale non vedo perché gli uomini dovrebbero rinunciare (quantomeno) a tendere.

Quello che, in altre parole, manca nel discorso di Fusaro è la possibilità di realizzare non solo lo sconfinamento, cioè l’attraversamento dei confini, ma quello che molti (a cominciare da papa Francesco) oggi chiamano meticciato, cioè il mescolamento delle identità e delle differenze.

  • Non in nome – come purtroppo attualmente avviene – della (sola o prevalente) globalizzazione delle merci, ma in nome della globalizzazione delle culture.
  • Né in nome di interessi economici forti, che favoriscono e arricchiscono solo alcuni, ma in nome della fraternità universale che mira a favorire ed arricchire tutti.
  • Non in vista e nella prospettiva di una indistinta e anonima omologazione delle differenze (antropologiche, etniche e culturali), ma in vista e nella prospettiva (utopica?) della miscela delle differenze, che non le elimina, ma le supera, originandone di nuove e – potremmo anche dire – superiori.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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