Attenzione: l’ISIS può ancora conquistarci

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Come aiutare l’Isis ed essere infelici (nandocan)

***di , 18 febbraio 2015* – Quando i grandi comunicatori hanno ripreso a parlare del patto del Nazareno ho capito che gli uomini-rana dell’ISIS non erano sbarcati, le bandiere nere di al-Baghdadi non erano state issate né sui palazzi della Federcalcio né a Montecitorio. Eppure la possibilità c’è. Nei giorni trascorsi ho infatti sentito sostenere che la soluzione migliore per evitare che i “tagliagole” conquistino il Bel Paese sarebbe bombardare sulle coste libiche i barconi della morte, quelli che si accingono a partire per portare i migranti a Lampedusa.

Recalcitranti, costoro hanno poi puntualizzato che i barconi andrebbero affondati prima che i disgraziati vi salgano a bordo, non dopo. Ma comunque l’esito che andrebbe evitato è che loro, “i mostri”, arrivino qui. Altrimenti saremmo fritti. Ecco, secondo me proprio questo scenario è quello che ci condannerebbe a morte certa.
Il terrorismo internazionale è giunto alla sua terza fase. La prima, che ha seguito di pochissimo la vittoria khomeinista a Teheran – vero punto di svolta della storia recente- è emersa in Afghanistan, Cecenia, Egitto ed Algeria, puntando a rovesciare regimi filo-occidentali. E’ fallita perché il musulmano-tipo non li ha seguiti.

Quindi l’attacco terroristico è stato portato al cuore dell’impero da Bin Laden e soci: l’America doveva crollare sotto i colpi di Muhammad Atta e compagni, non è andata così anche perché – per la seconda volta- il musulmano-tipo non li ha seguiti.
Ora siamo al terzo tentativo, che ha come obiettivo l’Europa. Questa volta però non si punta -con fu con al-Qaida- su gruppi di fanatici in territorio europeo, ma a usare chi è già sul posto.

Sono le periferie nostrane il campo di addestramento di giovani sbandati che vanno usati per l’impresa. Il loro allenamento non è un problema: basta portarli a due passi da noi, nei territori del Califfo, senza neanche bisogno di visti, e in breve saranno pronti. I piani non saranno più elaborati a casa Bin Laden, con azioni spettacolari e sofisticatissime, ma lasciati alla libera iniziativa degli adepti, che diventano così imprenditori e coautori.
Ecco che le comunità islamiche europee diventano lo spartiacque: saranno il mare che isolerà i terroristi o saranno il mare che ci sommergerà?

L’idea di lasciarli pregare in garage malconci sembra fatta apposta per rendere più facile il successo della seconda opzione. Lì, in quei maleodoranti sottoscala, la fede schernita e criminalizzata porterà quanto meno al silenzio, se non alla complicità. Moschee disegnate da architetti europei, aperte e integrate nel tessuto urbano, aiuteranno invece la prima opzione.
La suggestiva idea di bombardare i barconi renderebbe evidentemente criminale tutta una comunità, non solo chi si accingeva a partire, ma anche chi proprio su quei barconi è salito in passato. Non sembra difficile sostenerlo, e Moni Ovadia lo ha spiegato benissimo, sostenendo che una volta che ci saremo fatti barbari come gli uomini di al-Baghdadi avremo indubitabilmente perso la partita.
Ma gli schemi di gioco dei terroristi sono tantissimi. Uno di questi sta nel colpire “bene”. E colpendo la libera stampa si dimostrano eccellenti strateghi. Tra i pochi a capirlo c’è certamente papa Francesco.

Colpendo la libertà di stampa attraverso chi offende o insulta l’islam i terroristi toccano un caposaldo della civiltà. Piegarsi, ovviamente sarebbe un errore. Ma libertà di stampa vuol dire che ognuno deve essere libero di dire la sua, non che tutti devono ripetere quel che uno ha detto. La “viralizzazione globale” delle vignette invece le trasforma in ciò che non sono, un’azione di massa e non il libero pensiero di uno. E’ questo che papa Francesco ha capito meglio di tantissimi altri con la metafora del pugno.

In definitiva si può dire che il timore che gli uomini rana del Califfo stessero per sbarcare ad Anzio era la solita sciocchezza, ma la partita non è chiusa: la scelta dei terroristi è stata compiuta, il piano è preciso. Sta a noi decidere se assecondarlo o combatterlo. E per combatterlo l’accoglienza di chi fugge dalla loro disumanità feroce è certamente la strada migliore.

* da “Il mondo di Annibale”, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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