Arabia Saudita, messi a morte 47 prigionieri tra cui lo sceicco al-Nimr

boia-kcpb--390x180@ilsecoloxixweb_265x122

Il buon tagliagole, re Salman bin Abdulaziz Al Saud, che la stampa occidentale annovera tra gli arabi “moderati”, ossequiato in nome della comune amicizia per il petrolio mediorientale dai capi di stato e di governo dell’occidente. Quelli cattivi dello Stato islamico da qualcuno dovevano pure imparare. Impiccagione e fucilazione, sempre in nome di Allah, sono invece i metodi preferiti per le esecuzioni di massa dagli ayatollah della teocrazia iraniana, ossequiati a loro volta da Putin e capi di stato orientali. Ma vuoi mettere la civiltà delle iniezioni letali in Cina e negli Stati Uniti! (nandocan) 

***di , 2 gennaio 2016* – In Arabia Saudita il nuovo anno è iniziato come quello appena terminato, se possibile addirittura peggio: dopo le 157 esecuzioni del 2015, questa mattina sono state eseguite altre 47 condanne a morte.
La notizia era nell’aria: il 31 dicembre 2015, come si era appreso da una circolare del ministero dell’Interno resa pubblica dagli attivisti sauditi per i diritti umani, le forze di sicurezza erano state messe in allerta circa possibili disordini, erano stati annullati permessi e ferie ed era stata sollecitata una speciale attenzione circa azioni sui social media che potessero richiamare le oltre 50 condanne a morte emesse alla fine di novembre.
Secondo le autorità di Riad, i 47 uomini messi a morte erano stati giudicati colpevoli di “terrorismo” e alcuni di essi avevano compiuto attentati per conto di al-Qaeda nello scorso decennio. Tuttavia, le procedure sommarie dei tribunali speciali antiterrorismo, la genericità della definizione di terrorismo contenuta nell’apposita legge del 2014 e le denunce sulle torture inflitte agli imputati sollevano molti dubbi sulla correttezza dei processi terminati con le condanne a morte.
L’esecuzione per cui le forze di sicurezza erano state messe in allerta è quella dello sceicco Nimr Baqir al-Nimr, influente leader della discriminata comunità sciita, arrestato l’8 luglio 2012 e condannato a morte il 15 ottobre 2014.
La sua fine può essere considerata un altro capitolo dello scontro tra le leadership sunnita e sciita in Medio Oriente. E infatti l’Iran ha subito mandato a dire che l’esecuzione dello sceicco al-Nimr costerà cara.
In attesa dell’esecuzione c’è anche uno dei nipoti dello sceicco, Ali Mohamed al-Nimr, per il quale è in corso un’imponente mobilitazione mondiale.
Alla vigilia dell’anniversario delle prime (e per fortuna uniche) 50 frustate al blogger Raif Badawi, dall’Arabia Saudita arriva oggi un ulteriore pessimo segnale. Tutti coloro che continuano a definire “moderato” questo paese, dovrebbero aggiornare il loro vocabolario.

*dal 1980 portavoce e direttore della comunicazione per l’Italia di Amnesty International. Il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

gtag('config', 'GTM-K2KB4MR', { 'send_page_view': false });
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: