Appello per un Capo dello Stato arbitro imparziale della vita politica

da Libertà e Giustizia, 27 novembre 2021

Questo documento è sottoscritto da quindici istituzioni e associazioni che si ispirano alle culture politiche dei padri costituenti. Obiettivo: ragionare sul profilo del/della presidente della Repubblica, l’opposto dello stucchevole chiacchiericcio sul toto nomi. 

Abbiamo apprezzato e apprezziamo il presidente Sergio Mattarella e auspichiamo che chi gli succederà si situi nel solco dell’interpretazione dell’alto mandato da lui offerta. In un tempo contrassegnato da esuberanti fantasie in tema di riforme costituzionali, noi invece ci riconosciamo nel dettato della Carta circa natura e compiti del capo dello Stato, nonché nella modalità della sua elezione affidata al parlamento integrato con i rappresentanti delle regioni.

Un pubblico confronto

Ciò non ci impedisce, anzi, in certo modo, ci incoraggia ad auspicare che la discussione circa non già la concreta persona, bensì il profilo del/della presidente che a breve succederà a Mattarella non sia esclusivo appannaggio del ceto politico-parlamentare, bensì divenga oggetto di pubblico confronto. Questo, sia perché si tratta della figura istituzionale nella quale sarebbe bene che il paese stesso si riconoscesse sia per il rilievo pratico crescente che essa ha acquisito nel tempo. Una figura niente affatto notarile. 

Discuterne pubblicamente anche per non rassegnarsi a derubricare la pratica consegnandola a logiche minori o strumentali: le convenienze di parte, le ambizioni personali, i giochi di palazzo, le manovre su un’eventuale anticipazione (auspicata o paventata) delle elezioni politiche. Quali, dunque, il suo profilo e i suoi caratteri?

Il presidente ideale

In estrema sintesi, diremmo così: una persona che fedelmente corrisponda alla funzione assegnatale dalla Costituzione vigente. Non è scontato in una stagione nella quale si evocano confusi modelli gollisti e si teorizza la fungibilità tra ruoli ai vertici dello Stato, che vanno invece tenuti nitidamente distinti. Può succedere che vi siano personalità adeguate a esercitare poteri di governo, ma anche, ovviamente in tempi diversi, compiti di garanzia, purché non si appanni la consapevolezza della sostanziale differenza tra le rispettive funzioni. 

Proprio l’ancoraggio a ciò che prescrive la Costituzione – la sola Costituzione che vale, quella scritta, contro la fuorviante distinzione tra cosiddetta Costituzione formale e indefinita Costituzione materiale – suggerisce due corollari: l’inopportuna previsione di un secondo mandato al presidente in scadenza e il rifiuto di malcelate suggestioni presidenzialiste o semipresidenzialiste di fatto che, con sorprendente leggerezza, sono state apertamente prospettate persino da esponenti del governo.

Nella mens dei costituenti, che pure non hanno formalmente stabilito il divieto di un secondo mandato, la sua durata settennale, a scavalco dei cinque anni delle legislature, sottintende che la regola è quella di un solo mandato. Essa è anche la ratio dell’istituto del semestre bianco. Al riguardo, Mattarella, ribadendo una posizione più volte espressa, ha saggiamente posto fine a pressioni e attese improprie.

Il mandato dura sette anni

Né è ancora pensabile, come pure si è fatto, che si possa eleggere un o una presidente con scadenza di mandato preordinata o addirittura negoziata, diversa dai sette anni stabiliti dalla Costituzione. Sarebbe una impropria menomazione della sua figura e delle sue prerogative. In ogni caso, fosse anche in presenza di circostanze straordinarie, non è buona norma fare eccezioni ritagliate sulla persona che pro tempore incarna l’istituzione, con il rischio di alterare il profilo oggettivo di quell’alto organo di garanzia che è la presidenza della Repubblica

Non è infondata la tesi condensata in un’abusata metafora: quella di un potere presidenziale che, al modo della fisarmonica, si restringe o si dilata a seconda delle circostanze e, segnatamente, del suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. E tuttavia esso conosce pur sempre limiti. Del resto, lo stesso Mattarella ebbe modo di rimarcarlo, asserendo che tratto essenziale di uno Stato democratico di diritto è quello per il quale tutti i poteri sono limitati. Compreso, egli ha aggiunto, quelli in capo al Quirinale. 

Di qui il profilo del/della presidente che vorremmo.

  • Una severa, rigorosa figura di garante della Costituzione, a cominciare dal principio della separazione, dell’equilibrio e della leale collaborazione tra i poteri. Un/una presidente
  • che si riconosca nel senso pregnante del principio secondo il quale il lavoro è il fondamento della cittadinanza politica. 
  • che assicuri la difesa del principio di legalità, nonché l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, accompagnandola, in questa travagliata fase, nel necessario e urgente processo teso alla sua rigenerazione e al suo riscatto, senza i quali potrebbe lievitare una spinta al suo asservimento.
  • custode e interprete dell’unità e dell’integrità della nazione, che non misconosca le ragioni dell’autonomia delle comunità territoriali, ma evitando contrapposizioni e scontri fra poteri centrali e locali, che abbiamo talvolta scontato dentro il dramma della pandemia.
  • impegnato/a ad assicurare l’unità giuridica ed economica della nazione. 

PARLAMENTO DEPOTENZIATO 

  • Un/una presidente che si adoperi per correggere le derive da tempo abbondantemente in atto verso un depotenziamento delle prerogative del parlamento e che, di conseguenza, prima, per esempio, di procedere a uno dei suoi atti più qualificanti, come il conferimento dell’incarico per la formazione dei governi, dia corso a effettive consultazioni dei presidenti delle camere, nonché dei gruppi parlamentari.
  • che si situi nel solco dello storico europeismo del nostro paese, fondatore del processo d’integrazione europea, e dunque impegnato ad assecondarne il percorso teso a coniugare sovranità nazionale e sovranità europea nel quadro di una unione sempre più stretta, in coerenza con un’interpretazione evolutiva dell’articolo 11 della Costituzione. 
  • che, a capo del Consiglio superiore della difesa, in conformità al dettato del suddetto articolo 11, garantisca il ripudio della guerra e, positivamente, l’impegno per la giustizia e la pace tra le nazioni. 

In una parola un/una presidente non di parte, supremo arbitro della vita politica. Semmai politico/a con la maiuscola, inteso/a cioè come interprete e attivo/a garante dei superiori interessi del paese. Una figura che unisca il paese anziché dividerlo e che lo rappresenti al meglio presso la comunità internazionale. 

Dovrebbe essere superfluo – ma non lo è – aggiungere una sorta di precondizione fondamentale che attenga alla sua concreta persona: l’integrità personale attestata da una biografia specchiata. Come si conviene a chi siamo soliti definire primo/a cittadino/a, da cui tutti possano, con orgoglio, sentirsi rappresentati e, perché no?, trarre esempio. 

I FIRMATARI 

Associazione Città dell’uomo, fondata da Giuseppe Lazzati (Milano) 

Agire politicamente (Roma) 

Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi (Torino) 

Centro per la riforma dello Stato (Roma) 

Centro studi Giovanni Marcora (Inveruno – Milano)   

Circolo Carlo Rosselli (Milano)                                       

Comitati Dossetti per la Costituzione           

Fondazione Achille Grandi (Roma)                            

Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma)                                    

Fondazione Nilde Iotti (Roma)                     

Istituto Alcide De Gasperi (Bologna)           

Istituto nazionale Ferruccio Parri (Milano) 

Istituto Vittorio Bachelet (Roma) 

Movimento europeo Italia (Roma)               

Rosa Bianca (Milano)


Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: