Appello agli uomini di buona volontà (e di fede)

Puglisi don PinoA chi è sempre vissuto lontano dalla Sicilia o dalle altre regioni il cui si respira ogni giorno il ricatto ossessivo e soffocante delle mafie un appello come questo da “I Siciliani giovani” potrà apparire un po’ fuori le righe. Perché più volte la Chiesa ha fatto udire la sua voce e la sua condanna. Perché la beatificazione di don Puglisi è stata un segnale inequivocabile per gli assassini e quanti li coprono con l’omertà o anche soltanto l’indifferenza. Ma forse questo non basta a togliere dall’isolamento quanti potrebbero seguirne l’esempio senza mettere a repentaglio la vita. Per non portare alla stessa tragica conclusione quell’esempio ha bisogno di essere seguito e moltiplicarsi nelle diocesi, nelle parrocchie, da parte di vescovi, sacerdoti e semplici fedeli, perché sia chiara a tutti l’incompatibilità tra la fede cristiana e la collusione mafiosa (nandocan).*****Da isiciliani.it, 29 gennaio 2014*Ci sono momenti storici nei quali tutti siamo coinvolti e chiamati a schierarci, perché non farlo significa indirettamente scegliere la parte sbagliata, quella che vive e prospera grazie al silenzio, all’indifferenza, alla sottesa complicità. Nella lunga lotta tra mafie e Antimafia, la scelta di parte, quella giusta, è non solo necessaria, ma l’unica possibile. Poiché non scegliere significa essere complici. Non esistono vie di mezzo, sfumature, perché in mezzo c’è quella dannata zona grigia dentro cui si stringono le mani più sporche e gli accordi più perversi.

Non solo Istituzioni e organi di Governo, ma anche i Cittadini devono fare questa scelta netta. Devono farlo non accettando le logiche mafiose, la prepotenza, i favori, le scappatoie, i codici culturali. Soprattutto devono contribuire alla giustizia e alla verità, impedendo che chi lavora per renderle possibili non rimanga da solo. I magistrati di Palermo sono sotto attacco da più fronti e si trovano in una condizione di immenso pericolo, su Nino Di Matteo pende una sentenza di condanna a morte. Intorno a tutto questo, il solito ignobile clima di veleni, allusioni, accuse volgari alimenta la sottovalutazione e l’isolamento, risvegliando oscenità già viste e sentite.

Quella parte di cittadinanza che ci permette ancora di provare meno vergogna nell’essere italiani, ha reagito scendendo in piazza, testimoniando vicinanza, solidarietà, gratitudine al pm palermitano e ai suoi colleghi. Tra tutti coloro che si schierano dalla parte dei magistrati di Palermo, il paese non sente quell’annuncio concreto del Vangelo. Manca una voce importante, necessaria. Che faccia per la prima volta, ufficialmente, un passo in avanti: la Chiesa.

Guardando attraverso la memoria e la storia del paese, vediamo con disagio una Chiesa che per troppo tempo, all’interno del proprio vissuto e della sua storia, non solo non si è schierata contro la mafia, ma anzi l’ha appoggiata, aprendo le porte ai soldi dei boss di provincia o di quartiere, donando loro un ruolo primario nelle processioni e in altre attività “istituzionali”. Non ha alzato la voce e ha lasciato solo chi si opponeva. Una Chiesa che, nella vita concreta delle sue comunità, tra annuncio, denuncia e vissuto pastorale, ha avuto come martiri, troppo soli in vita, don Pino Puglisi e don Giuseppe Diana, primi a operare e a trovare gli strumenti e il coraggio, testimoniando fino alla fine la lotta alla mafia e la volontà di liberazione per le donne e gli uomini di cui essi portavano il peso, da semplici preti.

Sono uomini di fede che hanno vissuto la propria missione al servizio del bene. Con coraggio e senza titubanze. Oggi che don Puglisi è stato proclamato beato (un segnale importante verso una direzione giusta), ci sono tanti altri uomini di fede che continuano nell’opera di contrasto alla mafia e lo fanno nella stessa solitudine e c’è una società che aspetta che la Chiesa vada oltre quel “Convertitevi!” urlato drammaticamente da Giovanni Paolo II in quel di Agrigento. C’è una società che si chiede perché la Chiesa non dia un segnale. Noi ribadiamo che qui e ora è venuto il momento.

La Chiesa, che per troppo tempo ha condannato solo formalmente l’esistenza della mafia e la sua violenza, oggi non può e non deve restare in silenzio, ci sono in gioco non solo la verità, la coscienza e l’azione pastorale delle comunità ecclesiali ma esponenzialmente la vita del paese, l’educazione alla legalità e il futuro di tutti.

Ora chiediamo coraggio a questa Chiesa. Noi vorremmo che Essa prendesse ufficialmente posizione a difesa della vita di Nino Di Matteo e dei magistrati di Palermo, che si mettesse al loro fianco, che coinvolgesse la gente delle parrocchie, i sacerdoti, i fedeli, tutti coloro che credono nel Bene. Perché siamo dinnanzi a un momento decisivo, siamo a una svolta, ma soprattutto viviamo il rischio concreto di un pericoloso ritorno al passato.

Chiediamo a tutti, e a tutta la Chiesa, specificatamente alle diverse diocesi e comunità ecclesiali del nostro paese, a tutto quel popolo di cristiani, di donne e uomini liberi e fedeli in Cristo, di osare un coraggio secondo, di alzare non solo il cuore ma anche la testa.

Chiediamo ai laici, ai vescovi, ai preti, ai religiosi, a tutti coloro che osano vivere il battesimo di dichiarare ufficialmente il no della Chiesa alla mafia, facendo seguire alle parole i fatti.

Chiediamo a ognuno di osare non soltanto l’annuncio del Vangelo, ma la difficoltà della parola alzata contro ogni banalità specifica alle mafie che stritolano e condizionano territori e vite umane.

Chiediamo un secondo coraggio, un grido che dalla base arrivi fino alle orecchie di Francesco. Perché dal vescovo di Roma, ritorni come un’eco la voce del popolo di Dio. Dal Vaticano la voce del Papa gridi questo no fino alle parrocchie di periferia, senza deroghe o concessioni di alcun tipo.

Salvo Ognibene – Massimiliano Perna (il grassetto è di nandocan).

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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