Amore per la sapienza e amore per gli altri

***di Giovanni Lamagna, 26 agosto 2021


Nel 1673, davanti all’offerta di un posto di professore di filosofia a Heidelberg, Spinoza declinò, perché una tale esposizione pubblica e una simile carica gli avrebbero impedito di essere libero in quello che pensava e scriveva.

Alle accademie e agli onori pubblici Spinoza ha sempre preferito le amicizie epistolari nutrite dal pensiero. Non solo una parte importante delle sue opere è costituita da lettere, ma il primo luogo di discussione e genesi della sua filosofia è stato il gruppo dei suoi amici.

Si tratta della prima ragione della sua attualità: il luogo del pensiero non è la scuola o la piazza ma l’amicizia. E’ solo tra amiche e amici che si può non solo pensare ma intrecciare conoscenza e amore (come fa il nome stesso “filosofia”) senza più poter distinguere l’uno dall’altra, l’incontro dei saperi dall’amore per gli altri…Se l’amicizia è rara e difficile non è perché ha bisogno di intimità fisica ma perché può vivere solo ed esclusivamente di prossimità intellettuale”.

Così scriveva il 19 agosto 2020 Emanuele Coccia nelle pagine culturali de “la Repubblica”.

Mi sento molto espresso da queste parole o, meglio, da quello che esse raccontano. L’approccio di Spinoza alla filosofia – se posso permettermi un accostamento, che so essere del tutto indegno – è esattamente il mio; o, meglio, quello che vorrei avere io.

Innanzitutto perché anche per me il filosofo non è uno che aspira in primo luogo ad incarichi accademici: si è filosofi non perché si occupa o si aspira ad occupare una cattedra di filosofia; si è filosofi innanzitutto e soprattutto perché si ama la sapienza, cioè per un atteggiamento interiore, una modalità dello spirito, che non solo è altra cosa dalla professione di insegnante di filosofia, ma a volte addirittura contrasta (o può contrastare) con l’esercizio di questa professione.

Succede talvolta (non sempre, ma piuttosto spesso) che i peggiori filosofi siano proprio gli insegnanti di filosofia.

Mi riconosco molto, inoltre, nell’identificazione che si ritrova in Spinoza tra il sentimento dell’amore per la sapienza (la filosofia, appunto!) e quello dell’amore per gli amici. Che mi ricorda il modo di intendere e di vivere la filosofia da parte di colui che potremmo considerare il padre stesso della filosofia, cioè Socrate, e di molti dei primi filosofi greci, in primis di Platone.

Non a caso la filosofia di Socrate non si è mai tradotta formalmente in libri, ma è giunta a noi riportata dai resoconti del suo principale allievo (e suppongo anche amico intimo) Platone. E nella forma, non certo accademica, dei dialoghi. Come a voler significare che la filosofia si genera solo in un clima di amicizia. E che l’amicizia, la vera amicizia, l’amicizia profonda, si alimenta di conversazioni filosofiche.

Cosa sarebbe, infatti, un’amicizia che non vivesse anche di dialoghi continui sul senso e il mistero della vita, sul destino che ci aspetta, sulla vocazione assolutamente unica e irripetibile a cui ciascuno di noi è tenuto a rispondere? Amicizia e filosofia, quindi, come dimensioni contigue, anzi indissolubili, dell’animo umano.

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