All’Onu veto Usa su Gerusalemme

epa06212252 US President Donald J. Trump (R) with US Ambassador to the United Nations Nikki Haley (L) as he arrives for a meeting about reforming the United Nations the day before the opening of the General Debate of the 72nd United Nations General Assembly at UN headquarters in New York, New York, USA, 18 September 2017. The annual gathering of world leaders formally opens 19 September 2017, with the theme, âFocusing on People: Striving for Peace and a Decent Life for All on a Sustainable Planet.’ EPA/ANDREW GOMBERT

Roma, 19 dicembre 2017 – Gli Stati Uniti hanno bloccato la risoluzione di condanna su Gerusalemme capitale d’Israele. Soli contro tutti. Gli altri 14 Paesi del Consiglio di sicurezza hanno votato a favore. Compreso un  alleato “storico” degli USA come la Gran Bretagna. Il testo della risoluzione proposta dall’Egitto affermava che «le decisioni e azioni che pretendono di alterare lo status della Città Santa di Gerusalemme non hanno alcun effetto giuridico, sono nulle e devono essere annullate in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu».

Soli contro tutti. E non è la prima volta. D’altra parte, senza l’appoggio politico, militare e finanziario di qualsivoglia governo americano, repubblicano o anche democratico, mai scalfito da qualche rituale appello alla moderazione, l’occupazione israeliana non avrebbe potuto mantenersi così a lungo con il suo carattere coloniale. Ora con Trump sembra svanire per sempre ogni prospettiva per la formula “due stati per due popoli”. Al punto di indurre gli intellettuali israeliani sostenitori di questa soluzione, da loro considerata l’unica alternativa all’apartheid attuale, a invocare il riconoscimento della Palestina da parte dei governi europei.

Per l’Unione europea e il governo italiano in particolare potrebbe essere la grande occasione per dimostrare nei fatti – le parole non bastano, neppure se pronunciate nella solennità del Palazzo di vetro – una politica estera non subalterna a quella del grande alleato occidentale, tanto più quando quest’ultimo si dimostra ancora una volta arrendevole a interessi particolari. Nessuna lobby statunitense, neppure quella delle armi, si è mai rivelata potente ed efficace come quella filo-israeliana, ebraica ma anche cristiano fondamentalista, nel condizionare la Casa Bianca. Così come in nessun conflitto come in quello endemico mediorientale le Nazioni Unite hanno manifestato tutta la loro impotenza, per non dire inutilità.

Nel suo intervento al Consiglio di Sicurezza, la rappresentante americana Nikki Haley aveva sostenuto che risoluzioni come quella presentata dall’Egitto allontanavano la pace tra Israele e Palestina. E come esempio negativo aveva citato quella approvata, nel dicembre di un anno fa che si limitava a condannare  “gli insediamenti coloniali israeliani costruiti in violazione della legalità internazionale”. Approvata con l’astensione del rappresentante di Obama, che a molti americani pareva già un atto di coraggio. Ieri, al voto unanime degli altri 14 membri del Consiglio, la Haley ha reagito definendolo “un insulto” che “non sarà dimenticato”. Motivando il ricorso al veto con la necessità di difendere «la sovranità americana e del ruolo degli Usa nel processo di pace in Medio Oriente».

Netanyahu ha applaudito e indirizzato a Trump un peana di ringraziamento. Soli contro tutti, gli americani hanno vinto. A rendere questo possibile basta una sola riga dello Statuto dell’ONU. Quella per cui «ad eccezione delle votazioni relative alle questioni procedurali, nessuna decisione può essere presa nel caso in cui un voto negativo, o veto, venga espresso da un membro permanente». Mentre tutti gli Stati membri  sono (sarebbero) tenuti a rispettare le decisioni del Consiglio di Sicurezza. Così 188 Stati dei cinque continenti non solo dovrebbero rispettare le decisioni delle grandi potenze, ma anche fermarsi davanti alla volontà di una sola di esse. Potrebbe mai servire un’istituzione del genere a garantire pace e stabilità ad un mondo percorso da decine di conflitti armati? Infatti non serve. 

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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