Afghanistan, uscita con presenza Usa attorno, ma nessuno li vuole in casa

da Remocontro, 29 maggio 2021

Il Pentagono vuole una presenza militare in zona ma i Paesi attorno, quasi tutti ex URSS, proprio non li vogliono. Vecchi nemici e i Talebani che minacciano conseguenze per chi ospiterà truppe americane.
Il 25 maggio, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato che tra il 16% e il 25% del ritiro statunitense dall’Afghanistan è stato completato.
Lo stesso giorno, i talebani hanno minacciato ritorsioni contro eventuali Paesi della regione intenzionati ad ospitare nuove basi degli USA.

Ci si può fidare dei Talebani?

«Dopo vent’anni di guerra, ci si può fidare dei Talebani?». I dubbi di Washington ripresi da Giampaolo Cadalanu su Repubblica. «L’impegno degli “studenti coranici”, non permettere che l’Afghanistan possa tornare la base per attentati all’estero, ha convinto pochi o nessuno». E così l’amministrazione Biden, se le truppe statunitensi dovranno lasciare le basi afgane entro l’11 settembre, sta cercando accoglienza nei Paesi vicini, ma sembra andare male. Molto male

I fatti noti

Dopo 20 anni, gli Stati Uniti stanno lasciando l’Afghanistan perché –provano a raccontare al mondo- «la missione sul campo è stata completata», o così prova a convincerci il portavoce stampa del Pentagono, John F. Kirby. Quale ‘missione completata’ non si sa, ma la ritirata è certa. Quasi una fuga.
Circa 160 C-17 carichi di materiale e attrezzature hanno lasciato il Paese e oltre 10.000 pezzi di equipaggiamento militare che sono stati consegnati alla Defense Logistics Agency. Anche cinque postazioni militari controllate dagli USA in Afghanistan sono state restituite al controllo del Ministero della Difesa di Kabul. Regali in arrivo per ciò che non vale la pena riportare e casa.
Salvo spostamenti più vicini.

L’avvertimento dei talebani

Lo stesso 25 maggio, i talebani hanno messo in guardia i Paesi vicini che ‘eventualmente stessero valutando di ospitare basi statunitensi sul proprio territorio’ (sapevano perfettamente di trattative in corso), affermando che «i militanti non rimarranno in silenzio e adempiranno le proprie responsabilità religiose e storiche nello stesso modo in cui lo hanno fatto in passato». Una minaccia espilicita anche se espressa in modo intorcinato.
La notizia è stata riportata dal quotidiano filo-governativo afghano, Tolo News.

Motivazione alta, affidabilità incerta

«Poiché abbiamo ripetutamente assicurato ad altri che il nostro suolo non sarà utilizzato contro la sicurezza di terzi, stiamo allo stesso modo esortando questi a non usare il loro territorio e spazio aereo contro il nostro Paese», riferisce la dichiarazione citata dal quotidiano. «Dio non voglia, se un simile passo viene fatto ancora una volta, sarà un grande errore storico e una disgrazia che sarà per sempre iscritta come una macchia oscura nella storia», continua il testo.
Il loro modo, in linguaggio para coranic per avvertire, ‘altrimenti mi arrabbio’.

Avvertimento a Pakistan, Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan

Nonostante la situazione particolarmente instabile in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno comunque deciso di completare il ritiro delle proprie truppe, previsto entro l’11 settembre. Ma non fidandosi delle promesse talebane, servono altre basi militari nella regione, per condurre operazioni aeree e di intelligence nel Paese, ‘in caso di necessità’, dicono. Necessità certa.
I Paesi dai quali questo potrebbe essere geograficamente fattibile sono Pakistan, Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan. Ma non sarà affatto facile in un’area musulmana ed ex sovietica.
Tanto da costringere l’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kaboluv, a smentire che gli Stati Uniti apriranno basi militari in Uzbekistan e Tagikistan, Paesi ex sovietici.

Anche il Pakistan dice No

L’11 maggio, anche il Pakistan ha escluso la possibilità di nuove basi militari degli USA nel proprio territorio. Il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ai giornalisti ad Islamabad, ha spiegato che il suo governo ha scelto di essere «solo partner di pace e di non essere coinvolto in alcuna futura guerra statunitense».
«Non intendiamo consentire il trasferimento di uomini sul terreno e nessuna base statunitense verrà trasferita in Pakistan», ha dichiarato Qureshi quando gli è stato chiesto se l’esecutivo fosse sotto pressione per fornire supporto militare agli Stati Uniti. Le pressioni ci sono ma non si dice.

Divorzio consensuale ma difficile

Divorzio necessario ma difficile, segnala Maria Grazia Rutigliano su ‘Sicurezza Internazionale’. I militanti afghani avevano dichiarato che non avrebbero più preso parte ad incontri diplomatici, dopo il rinvio del ritiro totale delle truppe Usa concordato con l’amministrazione Trump da maggio a settembre.
Adesso i talebani, ormai prossimi alla vittoria definitiva, attraverso fonti indirette fanno sapere che parteciperanno alla incerta ‘conferenza finale Usa sull’Afghanistan in Turchia, se saranno rispettate almeno tre condizioni: 1, pochi giorni (massimo tre giorni), 2, poche chiacchiere (accordi raggiunti non si toccano), 3, pochi trionfalismi (delegazione a basso livello).

Tuttavia, una serie di pressioni proprio dalla Turchia ospite e l’effettivo ritiro delle truppe statunitensi ha portato i talebani a una pur limitata concessione, mentre continuano a conquistare territori sul campo.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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