Accordo strategico Cina Iran. Teheran allenta l’isolamento. Doppio messaggio agli Usa

di Piero Orteca, da Remocontro, 29 marzo 2021

Mentre continua lo stallo nei negoziati con gli Stati Uniti sull’accordo nucleare, l’Iran firma un patto di cooperazione economica e strategica con la Cina che rafforza la crescente ed estesa influenza di Pechino in Medio Oriente. Firmata una intesa per i prossimi 25 anni, Teheran può allentare l’isolamento internazionale.

Politica e vasi comunicanti     

La politica estera funziona come il principio dei vasi comunicanti: se lasci un vuoto qualcun altro lo riempie subito. Hai voglia di elaborare dottrine innovative e teorie dal geniale tocco strategico, il risultato finale è sempre lo stesso. Qualcuno ti soffierà la sedia da dove ti sei alzato e che esiti a rioccupare. Preambolo necessario per capire quello che va succedendo dalle parti del Golfo Persico, dove Iran e Cina si sono alleati firmando un ponderoso trattato strategico in beffa agli Stati Uniti e a tutti i Joe Biden di questo mondo. Intendiamoci, non è che il nuovo Presidente americano sia il principale colpevole della spiacevole piega per gli Strati Uniti che ha preso la diplomazia in quelle lontane contrade, perché il vero colpevole alla base di questo epilogo è Donald Trump. Il quale ha pensato bene di  rimangiarsi l’accordo sul nucleare che era stato sottoscritto con Teheran.

L’Escalation delle ripicche

Ed è stata l’escalation delle ripicche, da provocazioni a sanzioni economiche, che ha portato oggi fino a questo punto. E cioè che gli iraniani si sono rivolti ad un’altra parrocchia, che si chiama Cina. Cioè il paese che in questo momento è la vera bestia nera degli Stati Uniti, il solo avversario economico reale. “Comprehensive Strategic Partership”, il trattato firmato dal ministro degli esteri iraniano Javad Zarif e da quello di Pechino Wang Yi. Vale 25 anni e 400 miliardi di dollari (per ora) da distribuire su più versanti, a cominciare da quello energetico per continuare con le infrastrutture. Ottima notizia questa per gli ayatollah, che dopo le rinnovate sanzioni a stelle e strisce erano quasi con l’acqua alla gola. E invece Xi Jinping, il leader cinese, forte della dottrina della “Belt and Road Initiative” è arrivato come una Croce Rossa, a fare il suo intervento di rianimazione, e a chiedere tutta una serie di corrispettivi.

In politica estera niente è gratis

Naturalmente, i cinesi si sono subito affannati a sottolineare che l’accoro non è rivolto contro nessuno e che, anzi potrebbe essere uno stimolo per risolvere contenziosi. A cominciare dalla rogna del nucleare. Altrettanto naturalmente l’intesa sino-iraniana è un bel colpo a Joe Biden, il quale dovrà decidere quale atteggiamento univoco prendere nelle relazioni internazionali. Perché ancora non lo si è capito bene. 

Proprio l’altro ieri, il Segretario di Stato Antony Blinken, ha detto che un attento controllo dell’egemonia cinese rappresenta la cartina di tornasole della solidarietà atlantica. Insomma, i cinesi sono i cattivi e l’Occidente è pronto a dare battaglia. Se aggiungiamo le sconcertanti accuse di “assassino” lanciate con leggerezza da Biden a Putin, allora il quadro strategico internazionale è tutto meno che incline al sereno stabile.

Razzola bene ma predica male

L’impressione è che la nuova Amministrazione democratica, razzoli bene, ma predichi male. E in diplomazia molto spesso la forma è anche sostanza. Probabilmente l’alleanza tra Teheran e Pechino era già stata tracciata da alcuni anni. Almeno dal 2016, a fare la cronistoria dei rapporti tra i due Paesi. Ma certamente, le scantonate di Trump hanno accelerato il processo di avvicinamento tra due realtà che hanno molti interessi in comune e la cui sinergia può senz’altro dare fastidio alla superpotenza americana. Anche perché, il testo ufficiale dell’accordo ancora non è stato reso noto. Facile immaginare nelle pieghe dell’intesa qualche omissis riguardante la cooperazione militare. Perché uno dei settori citato apertamente dal documento firmato è quello dell’energia nucleare (pacifica). Per non parlare di altri rami dell’interscambio che toccano la meccanica di precisione, la chimica fine, l’elettronica e l’informatica.

La Cina mediorientale

Per la Cina, l’intesa con l’Iran è parte di un disegno più complesso che riguarda la sua presenza in Medioriente. Il parziale disimpegno americano dalla regione ha aperto nuovi spazi che Pechino sta occupando. Wang Yi è arrivato a Teheran dopo essere stato in Arabia Saudita, in Turchia e prima di volare negli Emirati Arabi Uniti, in Oman, nel Bahrein. Un tour regionale per rafforzare i rapporti bilaterali e per discutere di un possibile accordo di libero scambio con i Paesi del Golfo che Pechino cerca da tempo. La Cina è già il primo acquirente di petrolio mediorientale e il primo Paese per investimenti esteri diretti nella regione. Finora –analisi condivisa da molti- si è mossa con abilità tra interessi diversi, cercando di non creare tensioni con i Paesi sunniti del Golfo. Emiratini e sauditi sono i loro primi partner commerciali nell’area. Ma l’Iran sciita è un corridoio strategico verso l’Asia centrale e verso l’Europa.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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