Abbattere i muri

Da Raniero La Valle la Newsletter n. 209 del 04 dicembre 2020

Care amiche e cari amici, c’è una buona notizia che può diventare il preannunzio di un mondo diverso, umano. La seconda cosa che farà il presidente Biden una volta insediato alla Casa Bianca, sarà di bloccare la costruzione del muro al confine col Messico e mettere fine al “travel ban” (divieto di ingresso) da alcuni Paesi musulmani negli Stati Uniti, voluto dalla presidenza inumana di Donald Trump.

Ci sarà anche il blocco dei rimpatri forzati per almeno cento giorni e l’istituzione di una task force per riunire le famiglie di immigrati. Insieme al segretario per l’Homeland Security Alejandro Mayorkas, il primo ispanico a ricoprire quel ruolo, Biden invierà poi al Congresso una legge che indichi un percorso di cittadinanza  per 11 milioni di immigrati irregolari e un provvedimento per rafforzare il programma per i Dreamer (migranti entrati negli Stati Uniti illegalmente quando erano bambini).

La prima cosa invece che Biden farà (sta già facendo) è la lotta contro la pandemia di coronavirus, mediante l’abbandono delle mendaci politiche negazioniste e un attivo intervento di prevenzione e di cura. La buona notizia consiste soprattutto nel fatto che la seconda cosa viene insieme alla prima. Essa dice che non si può combattere e vincere la malattia pandemica che colpisce indiscriminatamente tutta l’umanità, se nello stesso tempo non si combatte e non si ripudia la politica che discrimina respinge e distrugge volutamente una gran parte di questa stessa umanità nel momento della sua massima debolezza, che è quello della migrazione, della fuga, dello sradicamento, ma è anche l’inverosimile momento della speranza, nonostante tutto, in una futura vita migliore.

Lotta alla pandemia e lotta alla negazione dei diritti, al rifiuto dell’accoglienza e dell’asilo sono una cosa sola, l’una non riesce senza l’altra, perché il mondo è uno. Se cade sui confini del Messico un muro più vergognoso del muro di Berlino, non può che seguirne lo stesso esito che ebbe la rimozione, sacrosanta,  del muro in Europa.

Come allora ne seguì inevitabilmente la riunificazione della Germania, così oggi al blocco della costruzione del muro tra il Nord e il Sud dell’America deve seguire la riunificazione del mondo. Cioè il riconoscimento del fatto  (almeno alla speculazione finanziaria già noto) che l’umanità è una, uno solo è il soggetto multilingue innumerevole e meraviglioso che abita la Terra.

E perciò il ritorno dell’America a pratiche di umanità e di mitezza (papa Francesco non ha predicato invano) può voler dire un cambio di passo: non solo quel muro deve cadere, ma tutti i  muri che frantumano il mondo e che sono il vero distanziamento sociale che lo porta alla crisi e alla fine.

Questo vuol dire allora che adesso i primi chiamati ad abbattere i loro muri di apartheid, di frontiere e porti chiusi e di sfruttamento in patria della manodopera straniera sans papier e senza diritti, sono  i Paesi europei che hanno adottato politiche di esclusione e di persecuzione, illudendosi  di chiudersi nella loro isola di felicità.

Mentre l’Europa dimostra una nuova sensibilità nel rispondere alla crisi del Covid 19, il vero MES, la vera questione aperta, è che, al di là dell’emergenza attuale, l’Europa accetti l’unità col mondo, l’unità con l’altro, con i fuggiaschi e con i poveri, l’unità che consiste nell’essere tutti prossimo l’uno all’altro. E che nell’unità stabilisca un nuovo patto con la Turchia e con Israele; perché anche per loro non ci siano più popoli negati, armeni, siriani, palestinesi che siano, che anche quei muri siano rimossi, eretti perfino nella città del Natale.  Comincerebbe da qui il mondo nuovo, il mondo della Costituzione della Terra.

Sulla questione dei migranti vi segnaliamo due articoli di indubbio interesse: una recensione al rapporto su agromiafie e caporalato curato da Francesco Carchedi per il sindacato lavoratori agricoli della CGIL Il Bracciante Ignoto: Togli il nome a una persona e sarà tua. e le conclusioni delle sessioni del Tribunale Permanente dei Popoli sul fenomeno migratorio che definiscono le politiche contro i migranti come “crimini di sistema“.Con i più cordiali saluti
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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