8 marzo per le donne e per gli uomini

Giornata delle donne, ma anche di un esame di coscienza per gli uomini (nandocan)

La fragilità ci fa essere forti

***di Iris Always, 15 marzo 2019 – Noi donne sotto un apparenza fragile e gentile, nascondiamo una grande forza e volontà. Stranamente la nostra fragilità ci fa essere forti , energiche, combattive.Siamo idealiste e romantiche, crediamo nella forza dell’amore e pensiamo che tutto possa cambiare grazie a questo sentimento grande che ci appartiene.

Cambiare, cambiare si può per amore, questo lo crediamo e quasi mai avviene. La nostra forza fisica è limitata e proprio per questo siamo tenaci, resistenti, perspicaci, abbiamo una sopportazione del dolore fisico e morale che nessun uomo possiedera’mai! Amiamo sempre, anche a costo del martirio fisico e psicologico! Amiamo perché pensiamo che per amore si possa cambiare! Noi lo facciamo, per i nostri figli, per il nostro compagno o semplicemente perché dobbiamo adattarci.

Sentimenti di colpa

Viviamo sempre in mezzo a sentimenti di colpa, ho sbagliato, ho fallito, non sono stata capace! Se veniamo trattate male, pensiamo che il nostro comportamento ha generato quel tipo di situazione. Se veniamo schiaffeggiate, prese a calci, controllate, minacciate, pensiamo che forse siamo noi generare un certo tipo di comportamento! La violenza fisica è visibile, la violenza psicologica invece non è visibile, possiamo viverla ogni giorno, siamo colpevoli di ogni cosa, la casa non è pulita abbastanza, il cibo fa schifo, non sei capace a fare la madre, figli e compagni che ti prendono a male parole.

Non ti senti all’altezza, non ti senti adatta, tutto ciò che fai è sbagliato, fatto male! Sei una poveretta, non capisci nulla e noi donne ad ascoltare il cumulo di parole che ci cadono addosso, prima come pietre poi come macigni che ti schiacciano e ti annullano. L’uomo è forte fisicamente e con le parole ma, fragile dentro e l’unica arma contro di noi è la sua forza e la sua violenza. Ci distrugge con l’unica arma che sa di possedere, la forza fisica.

E noi continuiamo a morire

Quando l’uomo perde terreno e sa che le violenze verbali, fisiche non bastano più per tenersi la sua donna, di proprietà, sa che dovrà compiere l’atto estremo, ucciderla, ucciderle i figli, sfigurarla con la complicità di una società che scusa e perdona la fragilità del povero uomo! Nessuno riesce a fermarli, nessuno ha la volontà di fermarli, nessuno li condanna abbastanza duramente e noi continuiamo a morire, morire perché abbiamo amato, morire perché abbiamo sperato, morire perché dovevamo morire per un amore malato che invece speravamo di cambiare.

L’ennesimo delitto in cui l’uomo manifesta la sua paura e fragilità ma, anche l’ennesimo fallimento dell’essere uomo. Non si può chiamare uomo chi compie un atto cosi bestiale, non portiamo fiori a tutte le donne morte per mano di un essere che uomo non è, portiamo a tutte le donne giustizia una volta per tutte. Iris G. DM

Pari dignità nella Costituzione

***di Massimo Marnetto, 8 marzo 2021 – Uomini e donne non sono uguali, perché i primi hanno un fisico più forte delle seconde. Questo dimorfismo ha avuto delle conseguenze finché la legge del più forte era la regola. I più forti hanno negato uguaglianza alle più deboli e si sono ritagliati ruoli sociali e familiari migliori. Gli uomini si sono riservati l’accesso allo studio, al potere, al sacro.  Alle donne hanno lasciato le incombenze della prole, la casa, la cura.

…ma non ancora in molte case

Così, nei latini il patrimonio è il dovere maschile (pater+munus) di preservare beni e rispetto; il matrimonio, famiglia e discendenza. L’affermazione del diritto all’incolumità contro l’uso privato della forza ha aperto la prigione di sopraffazione in cui hanno vissuto da sempre le donne. Che si sono guadagnate con lotte, sofferenze e morti il diritto alla pari dignità, entrato nella Costituzione, ma non ancora in molte case. Dove uomini violenti impongono ancora alle compagne umiliazioni e lesioni; e la fuga dall’ergastolo domestico viene punita con la pena di morte. 

Dipende dalla madre

Come può un uomo onorare la parità delle donne? Dipende dalla madre. La mia mi ha insegnato che mai – mai – si devono alzare le mani contro una ragazza. Il tabù si fondava su un precetto che ho sentito mille volte: “Le donne non si colpiscono nemmeno con un fiore”. Poi, da adulto, ho capito meglio il valore dell’altra metà del mondo, incontrando persone di grande cultura, intelligenza e ironia e la più bella me la sono sposata.

Infine, ho sdoganato la parte convenzionalmente femminile dentro di me, curando l’accoglienza, la dedizione, la non violenza. E ho capito che per rispettare le donne, dobbiamo liberarci dell’istinto di sopraffazione della componente femminile,  fuori e dentro di noi. Un lavoro lungo, ma che vale il sorriso di una donna.

*Nella foto:  otto donne e uomini legati al DFAE (Svizzera) che si impegnano per i diritti delle donne.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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