8. La visione dell’Aldilà

Hieronymus Bosch: Visioni dell’Aldilà

da “L’evoluzione di Dio” di Robert Wright*

Convinto che il regno di Dio fosse “vicino”, Gesù non perse molto tempo a descrivere l’aldilà: parlava come se il giorno della resa dei conti sarebbe arrivato da un momento all’altro, prima che chi lo stava ad ascoltare avesse la possibilità di morire, e spiegava alle persone come prepararsi. Il Giorno del Giudizio riguardava i vivi, non i morti.

In che modo il cielo è diventato Cielo

In una lettera scritta a Tessalonica, una città della Macedonia – probabilmente il più antico documento tra quelli contenuti nel nuovo testamento – Paolo affronta questo argomento, divenuto per molti motivo di inquietudine: “Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Paolo assicurava agli altri credenti che chi godeva del favore di Dio poteva aspirare all’aldilà anche se moriva prima del Giorno del Giudizio.

La visione dell’aldilà illustrata da Paolo è la prima visione cristiana documentata a questo proposito, ed è degna di nota sotto due aspetti. In primo luogo ci dice che, benché Gesù, figlio di Dio, fosse asceso al cielo poco dopo la sua morte, i cristiani comuni non sono destinati a seguire questa strada, visto che per ottenere la beatitudine devono aspettare il ritorno di Gesù: “I morti in Cristo” risorgeranno solo quando “il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo”. In secondo luogo afferma che anche allora i morti non andranno in cielo: vivranno per l’eternità sulla terra: la terra del regno di Dio, infinitamente migliore rispetto a quella di prima.

Il mito del rapimento

Nei Vangeli, Gesù non dice che ritornerà. Parla della futura venuta del “Figlio dell’Uomo”: un’espressione già utilizzata, nella Bibbia ebraica, per definire una figura che scenderà dai cieli al culmine della storia, e che gli autori del nuovo testamento sembrano aver interpretato come un riferimento allo stesso Gesù.

Se i seguaci di Gesù avessero saputo mentre egli era in vita che l’espressione “Figlio dell’Uomo”  si riferiva a lui, e se egli avesse effettivamente detto loro che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato crocifisso e resuscitato dopo tre giorni, è improbabile che, durante la crocifissione, si sarebbero dimenticati di tale previsione.

L’immagine di Gesù come il “Figlio dell’Uomo”, seduto tranquillamente in cielo, pronto ad accogliere le anime dei buoni cristiani, potrebbe essere stata fondamentale per il trionfo finale del cristianesimo. Questa immagine gli conferì un vantaggio decisivo sulle religioni che non offrivano la speranza di un aldilà piacevole e lo mantenne competitivo rispetto alle molte religioni che lo facevano. Ispirò, inoltre, i cristiani a morire nel nome della loro fede.

Il paradiso può attendere

Passeranno oltre 10 anni dalla fine del ministero di Paolo prima che la letteratura cristiana parli di una ricompensa immediata per i buoni nell’aldilà. Il Vangelo di Luca, scritto intorno all’80 o 90 e.v. racconta che il malfattore timorato di Dio crocifisso accanto a Gesù si troverà in “paradiso” insieme a Cristo quel giorno stesso.

A mano a mano che gli anni passavano senza che il regno di Dio si materializzasse, i seguaci di Gesù erano sempre più preoccupati riguardo alla condizione dei morti non ancora risuscitati.… Probabilmente, non è una coincidenza che Luca, il primo autore del nuovo testamento ad accennare al moderno paradiso cristiano, sia anche il primo autore del Nuovo Testamento a ridimensionare le speranze relative al futuro regno di Dio. Il regno, dice Luca, “non vieni in maniera che si possa osservare … il regno di Dio è dentro di voi”.

Quando Paolo scrisse le sue lettere canoniche ai cristiani di Roma, Corinto e Tessalonica, queste città avevano già dei culti dedicati a Iside, a Serapide o a entrambi. Se il cristianesimo voleva concorrere mantenendo un certo margine di vittoria – cosa che avvenne – avrebbe dovuto soddisfare le esigenze psicologiche che questi culti appagavano già.

Il peccato originale

Tra le cose da cui la religione può salvare l’uomo c’è l’opprimente senso dell’imperfezione morale: il senso del peccato. A quanto pare, il peccato costituiva un punto fondamentale del messaggio di salvezza del cristianesimo delle origini.

A un tratto, nella mente di Paolo, tutto acquistò un senso: un uomo, Adamo, a causa della sua debolezza aveva portato il peccato, e quindi la morte, alla razza umana e ora un uomo, Gesù, grazie alla sua forza e mediante la sua morte, aveva offerto la liberazione dal peccato e dalla morte. E tutto ciò era un segno d’amore. Dio, a cui gli esseri umani offrivano da tempo immemorabile sacrifici, amava a tal punto l’umanità da sacrificare il proprio figlio. Così una storia con un finale non lieto – la storia di un presunto messia che finiva sulla croce – diventò una promessa di salvezza e vita eterna assolutamente convincente.

La ricetta di Paolo per preservare la coesione della chiesa – definire “peccato” un comportamento disgregativo – potrebbe essere descritta come un modo di legare la salvezza individuale alla salvezza sociale.

Di certo il culto egizio di Osiride legava la salvezza individuale a quella sociale, e il fatto di far rientrare nella salvezza individuale un aldilà di beatitudine rinsaldava il legame. Una volta adottata dai seguaci di Gesù, la ricetta, perfezionata sotto questo aspetto, avrebbe aiutato il cristianesimo a dominare l’impero romano. In seguito, come vedremo tra poco, avrebbe contribuito a guidare l’espansione dell’Islam. Non si può negare la sua efficacia nell’aver reso tali alcune delle religioni dominanti del mondo.

* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: