7. L’immagine di Gesù-lògos

da “L’evoluzione di Dio” di Robert Wright*

In un certo senso il verbo si fa carne

Ciò che cresce è l’immagine che di Dio hanno gli uomini, non Dio in se, il quale, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche non esistere. Tuttavia questa crescita di Dio potrebbe essere la prova, se non di un Dio con la D maiuscola, di un intento più elevato in un qualche senso della parola…E, indubbiamente, il Gesù del Vangelo di Giovanni è un grande fautore dell’allargamento degli interessi morali, e quindi dell’amore fraterno. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”.

Perché è stata l’espansione dell’organizzazione sociale, e il conseguente intrecciarsi delle etnie in un gioco a somma non zero – il Logos in azione – che ha spinto Paolo a porre l’accento sull’amicizia interetnica e i cristiani che più tardi misero questo messaggio sulle labbra di Gesù. Quando i cristiani evocano la loro immagine di Gesù, rendendo di carne il messaggio dell’amore, in un certo senso il verbo – il Logos – si fa carne. 

Il docetismo: Gesù era puro spirito

Si può fare un confronto con un’antica dottrina legata allo gnosticismo e considerata per molto tempo eretica: il docetismo. Secondo il docetismo, Gesù non era realmente fatto di carne e sangue: era puro spirito, e la sua parte materiale era un fantasma, una sorta di illusione (in un antico racconto docetico della crocifissione, mentre è sulla croce Gesù ride: non sente dolore, dal momento che non ha un corpo).

Nello scenario docetico, però, la venerazione per il modo in cui appariva Gesù è autentica, perché quell’apparenza, per quanto illusoria, era un’illusione appoggiata da Dio e, di conseguenza, era una vera manifestazione del divino. 

Lo stesso vale per la teologia del Logos: venerare Gesù come lo immaginano i cristiani significa, per un verso, venerare una costruzione dell’immaginazione, ma, per un altro verso venerare una manifestazione del divino. Potrebbe essere che il Gesù conosciuto dai cristiani sia tanto un’illusione che il vero volto di Dio.

In che modo Gesù è diventato il Salvatore

Quando (i cristiani) chiamano Cristo “il salvatore”, non parlano della salvezza della società e neanche della salvezza fisica del singolo, ma piuttosto della salvezza dell’anima del singolo dopo la morte. Il nocciolo del messaggio cristiano è che Dio inviò suo figlio per preparare la strada alla vita eterna.

Sotto questo profilo, Gesù è un essere celeste che controlla l’accesso in paradiso. È “seduto alla destra del padre” e “giudicherà i vivi e i morti”, come si dice nel credo di Nicea, un documento fondamentale del cristianesimo antico, che ancora oggi rappresenta il comune denominatore tra chiesa cattolica romana, chiesa ortodossa orientale e la maggior parte delle chiese protestanti.

Osiride

Osiride, che per millenni era stato un importante divinità egizia, presentava una notevole somiglianza con il Gesù descritto nel credo di Nicea. Abitava nell’aldilà, e lì giudicava le persone appena morte, assicurando la vita eterna a coloro i quali credevano in lui e vivevano secondo le sue regole.

Da qui la buona notizia per gli evangelizzatori cristiani: il fatto che Osiride si fosse affermato nell’impero romano indicava una diffusa necessità di una figura divina di questo tipo, una nicchia piuttosto ampia che un personaggio come Gesù avrebbe potuto riempire.

Un certo tipo di vita eterna potrebbe benissimo aver fatto parte del messaggio originale di Gesù, come potrebbe invece non averne fatto parte, e in ogni caso i dettagli della storia – la parte sul paradiso, per esempio – hanno subito dei cambiamenti nei decenni successivi alla crocifissione.

Il modo in cui prese forma la storia oggi considerata ufficiale rappresenta un caso ben rappresentativo di come Dio si evolve per soddisfare le esigenze psicologiche dei suoi seguaci, nonché le sue stesse esigenze di sopravvivenza.


* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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