6. L’apostolo dell’amore

da “L’evoluzione di Dio” di Robert Wright*

Paolo è l’autore che, nel Nuovo Testamento, estende in modo vigoroso la fratellanza aldilà dei confini di etnia, di classe, addirittura (a dispetto del termine fratellanza) di sesso. Nella lettera ai Galati, dice: “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo nel libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.

Il messaggio evangelico di Paolo può essere suddiviso in quattro parti: Gesù era il Messia lungamente atteso, il Cristo; il Messia era morto per redimere l’umanità dai suoi peccati; gli uomini convinti di ciò-quelli che riconoscevano la redenzione realizzata da Cristo in loro favore – avrebbero potuto avere la vita eterna; avrebbero, però, dovuto sbrigarsi a manifestare la loro fede, perché il giorno del giudizio era vicino.

Nell’impero romano, il secolo che seguì la crocifissione fu caratterizzato da disordini sociali…. La Chiesa cristiana offriva lo spirito di fratellanza di cui la gente aveva bisogno e che anche altre organizzazioni offrivano. Un termine comunemente utilizzato per definire queste organizzazioni era thiasos, cioè confraternita. Non è difficile capire i motivi per cui i primi cristiani avevano un senso della famiglia superiore alla media

una sorta di amore familiare

In effetti, quello che emerse alle origini del cristianesimo non è, a rigor di termini, un dio dell’amore universale. Come abbiamo detto, il fascino fondamentale della chiesa primitiva stava nel fatto che l’”amore fraterno” fosse una forma di amore familiare. E l’amore familiare è per definizione selettivo: è diretto all’interno, non all’esterno. Alla famiglia e non a tutti. Questo è il tipo di amore predicato da Paolo: un amore diretto soprattutto agli altri cristiani.

Fondamentale per lo sviluppo del cristianesimo era essere disponibili verso gli estranei, ma non a tempo indeterminato. A meno che, ovviamente, gli estranei non fossero divenuti membri della chiesa, nel qual caso sarebbero stati tenuti a dare e non solo a prendere.

Amate i vostri nemici

Il comando “amate i vostri nemici” compare sia nel Vangelo di Matteo sia in quello di Luca. Nella versione di Matteo, Gesù dice: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Nella Lettera ai Romani, scritta oltre dieci anni prima rispetto ai vangeli di Matteo o Luca, Paolo dice: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”. E se non dice proprio di amare i propri nemici, comunque aggiunge: “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere”. Nello stesso brano dice anche: “Non rendete a nessuno male per male…Non fatevi giustizia da voi stessi”.

Paolo faceva parte di una minoranza religiosa che erano in molti a non gradire e che, se non avesse dimostrato moderazione a fronte delle provocazioni, avrebbe potuto essere perseguitata fino all’estinzione. In questo senso la sua situazione era simile a quella di Filone, un altro seguace di una fede sospetta nell’impero romano del primo secolo.

Dopo avere esortato i cristiani a dare da mangiare e da bere al nemico, aggiunge:”facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo”. In realtà, Paolo non fu il primo a intuire il concetto che fare amicizia con un nemico possa costituire un’efficace controffensiva. La sua linea dei “carboni ardenti” viene dal Libro dei Proverbi, dov’è preceduta da questo consiglio: “se il tuo nemico ha fame dagli pane da mangiare, se ha sete dagli acqua da bere”. Nell’introdurre nel cristianesimo la dottrina della gentilezza verso i nemici, Paolo non si dimostrò solo saggio: si dimostrò saggio sotto la guida dei testi sapienziali ebraici.

Molte sette ma Paolo vince la gara

Alla fine del IV secolo il cristianesimo era ormai la religione ufficiale dell’impero, mentre le religioni pagane erano state vietate. All’interno del cristianesimo delle origini esistevano molte sette, molte versioni del movimento di Gesù che, in teoria, avrebbero potuto vincere la gara interna e diventare la corrente principale del cristianesimo, come fece, alla fine, la versione di Paolo. E almeno una di esse corrisponde alla descrizione di questa ipotetica alternativa.

Alcuni documenti del IV secolo parlano degli Ebioniti, un gruppo che sosteneva che i fedeli di Gesù dovessero seguire la dottrina ebraica. Anche i pagani avrebbero potuto aspirare alla salvezza, ma solo dopo la conversione al giudaismo, il che implicava l’obbligo di seguire alla lettera la legge ebraica nelle questioni rituali, dalla cucina kasher alla circoncisione.

Come ha osservato Bart Herman nel suo libro “I cristianesimi perduti”, la concezione che gli Ebioniti avevano di Gesù era probabilmente più vicina all’opinione di Gesù su se stesso rispetto alla sua immagine che finì per prevalere all’interno del cristianesimo. Gli Ebioniti sostenevano che Gesù non fosse un dio, ma solo un messia.

L’esenzione imperiale dal venerare gli dei

Nell’impero romano chiunque si rifiutasse di venerare gli dei di Stato aveva bisogno di una speciale esenzione, e il miglior modo per ottenerla era disporre di un profondo retaggio storico: dimostrare che la propria tradizione religiosa risaliva a un’epoca molto precedente rispetto all’impero romano.

Così, nell’avanzare le loro richieste di esenzione i cristiani avevano la necessità di minare le rivendicazioni di legittimità sollevate dagli ebrei. Sostenevano allora che, uccidendone il figlio, gli ebrei avevano abbandonato il loro dio. Nel secondo secolo, il padre della Chiesa Giustino spiegava che era per questo motivo che gli ebrei di sesso maschile vengono circoncisi: la circoncisione era un segno della loro colpa autorizzato da dio (quanto al fatto che questo rituale precedesse di oltre un millennio la morte del figlio di Dio, Giustino replicava che Dio conosce in anticipo il futuro).

Apollonio di Tiana

E se non ci fosse stato Gesù? Anche se Gesù non fosse mai nato, o se fosse morto nell’anonimato, sarebbe affiorato qualche altro veicolo per il seme dell’amicizia interetnica. C’erano moltissimi veicoli in giro. Avete mai sentito parlare di Apollonio di Tiana? Come Gesù, visse nel primo secolo e.v. Secondo le storie raccontate in seguito dai suoi fedeli, si spostava di città in città con i suoi discepoli, facendo miracoli: curava gli storpi e i ciechi, esorcizzava gli indemoniati. Questi poteri derivavano dal suo contatto speciale con la divinità – era figlio di Dio, diceva qualcuno -, come fu nel dono della profezia. Nel corso delle sue predicazioni affermava che ci si sarebbe dovuti preoccupare meno degli agi materiali e più del destino della propria anima, e abbracciava l’etica della condivisione.

Fu perseguitato dai Romani, e quando morì ascese al cielo. La cosa conferiva un’interessante simmetria alla sua vita, dal momento che anche la sua nascita aveva avuto un che di miracoloso: prima che venisse al mondo, la madre era stata messa a parte della sua natura divina da una figura celeste. Vi suona familiare? Ma, potreste obiettare, Apollonio di Tiana non postulò una dottrina dell’amore interetnico! Be’, come abbiamo visto, forse non lo fece neanche Gesù. La dottrina venne elaborata da Paolo, un imprenditore della religione che la usò come cemento per la sua vasta impresa.

Anche se Paolo non fosse nato, qualsiasi religione divenuta prevalente nell’impero romano avrebbe condotto all’amicizia interetnica. Perché solo una religione di quel tipo sarebbe stata in grado di sfruttare le esternalità di rete per superare le rivali. Forse Costantino seppe semplicemente riconoscere un buon collante sociale. Ashoka, un imperatore indiano del terzo secolo p.e.v. , sta al buddismo come Costantino sta al cristianesimo.

Secondo la dottrina cristiana che emerse dopo Paolo, neanche coloro i quali avevano fatto conoscere quel Dio al mondo, gli ebrei, erano in possesso dei requisiti necessari per accedere alla salvezza. (continua)

* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: