5. L’invenzione del cristianesimo

da “L’evoluzione di Dio” di Robert Wright*

Quando le storie si diffondono oralmente, da persona a persona a persona, può insorgere una disonestà globale che prescinde da un tentativo d’inganno volontario. Immaginate i seguaci del Cristo crocifisso che cercavano di fare proseliti: la loro convinzione era talmente forte da indurli ad abbellire qua e là la storia. Ma al contempo si trattava di una convinzione talmente sincera da indurli a credere ai loro abbellimenti.

Dobbiamo ricordare che i racconti biblici riflettono non solo i tempi in cui gli eventi raccontati ebbero luogo, ma i tempi in cui vari racconti si fusero. Tenendo a mente tutto ciò, potremmo capire in che modo la crocifissione, un avvenimento che in teoria avrebbe dovuto far cadere definitivamente in disgrazia il presunto Messia, finì per trasformarlo in un simbolo di amore universale.

Dio mio perché mi hai abbandonato?

Le prove concrete circa il “Gesù storico” sono esigue. I racconti evangelici della vita e delle parole di Gesù contenute nella Bibbia – i libri di Matteo, Marco, Luca e Giovanni – furono scritti in un periodo compreso tra il ’65 e il 100 e.v., da 35 a 70 anni dopo la sua morte. Il vangelo secondo Marco è generalmente considerato il più attendibile dei quattro per quanto riguarda la veridicità dei fatti narrati. Fu scritto intorno al ’70 e.v., circa quarant’anni dopo la crocifissione.

Se Gesù era il figlio di Dio, mandato qui per morire, sarebbe legittimo immaginare che avrebbe accettato la morte con garbo; non allegramente, magari, ma almeno con una certa dignitosa rassegnazione. Dopotutto, conosceva il piano fin dall’inizio, e sapeva anche che, alla fine, sarebbe in ogni caso resuscitato. Eppure, nel Vangelo di Marco, le sue ultime parole sono: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”, come se la Crocifissione fosse per lui una terribile sorpresa, nonché la sua fine.

Nel Vangelo di Luca, scritto dieci o venti anni dopo, non è presente una perplessità del genere e le ultime parole di Gesù sono, invece, assolutamente serene: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Nel Vangelo di Giovanni, le sue parole sono semplicemente: “tutto è compiuto!” e, anche in questo caso, non vi è traccia di dubbio o sorpresa.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù spettacolarizza i suoi miracoli. Prima di resuscitare Lazzaro – una cosa che non fa negli altri vangeli – dice che la sua malattia era “per la gloria di Dio”. I miracoli, inoltre, sono ormai esplicitamente simbolici. Quando Gesù guarisce un cieco dice: “sono la luce del mondo”. Un’affermazione alquanto immodesta, ma il Gesù di Giovanni non è un uomo modesto.

Solo nel Vangelo di Giovanni Gesù si identifica con Dio

In nessuno dei vangeli precedenti Gesù si identifica con Dio. Nel Vangelo di Giovanni, invece, dice: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. A questo punto, la leggenda e la teologia cristiana avevano avuto 60 o 70 anni per evolversi ed erano meno soggette che mai ai ricordi del reale Gesù umano.

Nel Vangelo secondo Marco, la parola “amore” compare in un unico brano. Quando uno scriba gli chiede quale sia il più importante dei comandamenti, Gesù ne cita due: “il primo è “amerai dunque il signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Quando lo scriba gli dà ragione e afferma che questo comandamento “vale più di tutti gli olocausti e sacrifici”, Gesù replica: “non sei lontano dal regno di Dio”.

Nel versetto citato da Gesù – l’ordine della Bibbia ebraica di amare il prossimo – il significato di “prossimo” era probabilmente limitato agli altri israeliti. In altre parole, significava “prossimo” nel senso di vicino. Non vi sono motivi convincenti per credere che questa parte del primo dei Vangeli, l’unica parte del Vangelo di Marco in cui compaia la parola “amore”, avesse un significato più ampio. In realtà, vi sono motivi per credere il contrario. Due dei vangeli raccontano la storia di una donna che chiede a Gesù di esorcizzare la propria figlia. Purtroppo per lei, non è un’Israelita (in uno dei Vangeli è cananea, nell’altro e sirofenicia). Tenendo conto di ciò, Gesù risponde, con una delle sue allegorie meno lusinghiere: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”.

In poche parole, se dobbiamo giudicare sulla base del Vangelo di Marco, il primo e più credibile dei quattro vangeli, il Gesù che conosciamo oggi non è il Gesù realmente esistito. Il vero Gesù crede che si debba amare il proprio prossimo, ma non bisogna confondere questo amore con l’amore per l’intera umanità; crede che si debba amare Dio, ma non fa cenno all’amore di Dio per gli uomini….Nel Vangelo di Marco non c’è il Discorso della Montagna, non ci sono le Beatitudini. Gesù non dice “Beati i miti” o “porgi l’altra guancia” o “amate i vostri nemici”.

Il messaggio di amore universale viene categoricamente contraddetto da alcuni brani del Vangelo di Marco e non è un argomento di sicuro successo dal punto di vista politico. Allora, come ha fatto quel messaggio a entrare nella tradizione cristiana? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo andare al di là del “Gesù storico”….dobbiamo capire le città sparse per l’impero romano attraverso cui il movimento di Gesù si diffuse nei decenni successivi, cioè i luoghi in cui prese forma il Gesù che i cristiani conoscono oggi, dopo la morte del vero Gesù.


* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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