3. Disuguaglianza nella proprietà e nel reddito

Thomas Piketty

da “Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

La difficile affermazione di una classe media patrimoniale

  • Sono state le “classi dominanti” (l’1% della quota superiore) ad aver visto crollare la loro posizione relativa, laddove le “classi agiate” (il 9% successivo) è rimasto quasi stabile per l’intero XX secolo (attorno al 30% del patrimonio totale). Per contro, la quota del 40% compresa tra il 50% più povero e il 10% più ricco ha conosciuto un progresso spettacolare: all’inizio del XX secolo corrispondeva ad appena il 13% del patrimonio totale che si è triplicato tra il 1914 e il 1980, fino a raggiungere circa il 40% nei primi anni 80 e a stabilizzarsi su quel livello a partire da quella data (pur con un leggero calo).
  • Diciamolo chiaramente: la concentrazione della proprietà resta estremamente elevata, e l’ampiezza del cammino finora compiuto verso l’uguaglianza non deve essere sopravvalutata. All’inizio degli anni 20 del 2000, in Francia, il 10% più ricco detiene più del 55% di tutto quello che c’è da possedere (e l’1% più ricco quasi il 25%), mentre il 50% più povero non possiede quasi nulla (appena il 5% del totale).
  • Semplificando, possiamo affermare che fino all’inizio del XX secolo non esisteva propriamente una classe media, in quanto il 40% compreso tra il 50% più povero e il 10% più ricco era quasi povero. Viceversa, alla fine del XX secolo e all’inizio del 21º, la classe media patrimoniale è costituita da persone che sul piano individuale non sono certo immensamente ricche ma sono ben lungi dall’essere del tutto povere (detengono grosso modo tra 100.004 e 100.000 € di patrimonio per adulto), e che sul piano collettivo detengono una quota non trascurabile del patrimonio totale: attorno al 40%, ossia una quota quasi due volte superiore a quella dell’1% più ricco (il 24% del totale).
  • Riassumendo: le classi medie sono oggi, sul piano collettivo, due volte più ricche delle classi dominanti, mentre un secolo fa erano tre volte più povere. La concentrazione della proprietà non ha smesso di essere estrema, ma all’interno di questo quadro generale si osserva quantomeno un sensibile calo. Queste due affermazioni possono sembrare contraddittorie: eppure sono entrambe vere. A riprova che la complessità del mondo fa parte della nostra eredità storica.
  • L’idea secondo cui dovremmo dirci già soddisfatti della disuguaglianza attuale, e che non sarebbe uno scandalo se il 50% più povero continuasse a detenere appena il 5% delle ricchezze, non poggia però su nessuna base empirica solida. È augurabile e insieme possibile proseguire il cammino verso l’uguaglianza più forte, e pertanto ci si deve spingere molto più lontano nell’attuazione dello stato sociale e dell’imposta progressiva.

La lunga marcia verso una maggiore uguaglianza dei redditi

  • La disuguaglianza dei redditi è sempre meno forte della disuguaglianza della proprietà….
  • La concentrazione dei redditi da capitale è estrema, al pari di quella della proprietà….
  • In Francia la disuguaglianza dei redditi resta molto forte: la differenza di reddito medio varia da uno a otto tra il 50% più povero e il 10% più ricco, persino da uno a 20 tra il 50% più povero e l’1% più ricco, e da uno a 70 tra il 50% più povero e lo 0,1% ricchissimo.
  • Le evoluzioni che riguardano la Francia si osservano anche nella maggioranza dei paesi europei e in grado minore negli Stati Uniti, dove la crescita delle disuguaglianze dopo il 1980 è stata in effetti molto più netta.(continua)

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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