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Radio Maria

La radio privata più grande d’Italia, con 874 frequenze e bilanci milionari, appartiene all’ultra-destra cattolica e reazionaria. secondo la quale “il coronavirus è un complotto sotto l’impulso di Satana. Ma più che una radio, ci ha spiegato ieri un’inchiesta di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su repubblica, è una “media company” con 80 proprietà immobiliari, “in grado di raggiungere ogni angolo d’Italia e di mezza Europa”, quotidianamente impegnata ad attaccare “i comunisti e i migranti, gli islamici e gli omosessuali”, insieme a Papa Francesco naturalmente. (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 19 novembre 2020 – Radio Maria vede nella pandemia il complotto delle élite alleate con Satana. Parola di Don Livio, animatore dell’emittente ultra-cattolica, che ha una un’ampia diffusione nazionale. Sembra pieno medioevo e invece è cronaca della peggiore propaganda cattolica, che miete consensi nella superstizione antiscientifica, generando dipendenza psicologica dal predicatore semplificatore.

Non sono un credente ortodosso, ma queste manipolazioni mi sembrano blasfeme. Vere e proprie forme di riduzione in schiavitù spirituale chi è rimasto nell’infantilismo religioso. Che differenza tra la rozzezze demoniache diffuse da Radio Maria e la tensione del dubbio che ha sempre accompagnato una profonda teologa come Adriana Zarri, di cui ricorre il decennale della morte. Una pensatrice schiva e originale, che è arrivata a negare pubblicamente l’esistenza dell’inferno, perché vedeva la punizione eterna in contraddizione con la misericordia di Dio.

Una donna fortemente contrastata, che si era ritirata nella quiete della campagna insieme ai suoi gatti, ma rimanendo sempre aperta all’accoglienza e al dialogo, soprattutto interreligioso, curando di una rubrica fissa sulla frontiera del giornale  il manifesto. Eppure, nonostante la statura dei suoi studi, la Zarri è misconosciuta al grande pubblico, mentre Don Livio imperversa. Ma è sempre stato così: le certezze superstiziose si vendono meglio dei dubbi coraggiosi.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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