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Elkann chiama Folli

La telefonata immaginaria di Marnetto, che non sa e non pretende di sapere come funziona la redazione di un quotidiano dove a imporre la linea è il direttore, può dare una vaga idea della realtà. La Repubblica di Maurizio Molinari, che non si distingue più dalla Stampa di Torino nella devozione all’interventismo politico Fiat, prosegue implacabile la sua partita contro il governo Conte e la (purtroppo) fragile alleanza PD Cinque Stelle. Attaccante di punta Stefano Folli, che anche oggi insiste con la litania che “l’assetto nato nell’estate del 2019 con la crisi del Papeete è alquanto logoro e senza il Covid sarebbe probabilmente già naufragato”. Sarà vero? Chissà, ma io spero proprio di no (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 13 novembre 2020 – Mi sono sognato una telefonata tra John Elkann e il giornalista di Repubblica Stefano Folli.

JE – Folli, vorrei che lei fosse più incisivo nel lavorare ai fianchi il Governo

SF – Ma io dico sempre che la sua fine è imminente…

JE – Non basta!. Lei deve darlo per spacciato, morto, finito. Conte deve trattarlo come una salma che cammina

SF – Ma se esagero poi si capisce che siamo ostili. Invece se ipotizzo, passo per un commentatore moderato e così i nostri lettori…

JE – Taccia! Che ne vuole capire lei di propaganda!  Lei deve seguire la linea che abbiamo dato senza esitazioni: governo di unità nazionale prima possibile!

SF – Ma c’è il covid…

JE – Me ne frego del covid. Io le ho dato uno spazio pregiato nel giornale per martellare, non per fare shiatsu. Prima se ne vanno i giallo-rosa, prima torniamo alla politica frizzante come piace a me.

SF – Va bene… Se lo vuole lei, farò così… Allora calco la mano. Tanto adesso con gli Stati Generali i grillini dovrebbero spararsi da soli sui piedi…

JE – Così mi piace! Lo vede che in fondo è brillante. Ora la lascio, caro. Ho l’elicottero che mi aspetta. Non mi deluda, già Gad Lerner mi ha tradito e la cosa mi ha molto infastidito. Non vorrei doverle affidare il commento del meteo, caro. Orsù, non mi faccia il saggio proprio lei che si chiama Folli (Ahahah…) Vede: quando voglio so essere anche spiritoso, caro. (click)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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