Vai alla barra degli strumenti

Siamo tornati alla normalità, anche se era il problema

da Remocontro, 8 novembre 2020

***di Antonio Cipriani – Una democrazia ha senso ed è sana se l’opposizione è forte e ha contenuti, se esercita un controllo-stimolo sull’operato del governo. Più è alto il livello della dialettica politica e meglio è per il Paese. Chiunque sia al governo e chiunque all’opposizione.

Questo, va detto, al netto delle storture informative che minano da decenni questa nostra democrazia, spostando il dibattito politico nell’arena mediatica a colpi di dichiarazioni a effetto e slogan. Senza più politica. Per la gioia di chi per decenni ha cavalcato l’onda dell’antipolitica, regalandoci questo finale di partita equivoco, penoso.

Siamo passati dalla cultura della semplicità e della questione morale berlingueriana ai decenni della modernità sfrenata. Impossibile non ricordare l’attrazione fatale di una parte della sinistra di fronte alla potenza mediatica di quella modernità fatta di privatizzazioni selvagge e luci scintillanti della ribalta. Quando Berlusconi faceva a pezzi l’Italia, prima culturalmente e poi politicamente, l’opposizione democratica appariva tiepida, confusa. Non ha mai mostrato una visione culturale, quindi politica, realmente alternativa.  

In ordine sparso, accettando la deriva incivile come segno di modernità, il tessuto democratico si è disintegrato, lasciando pieni poteri a quel livello opaco della politica dove tutti remano dalla stessa parte con una lieve differenza di stile. Nelle praterie del pensiero dominante sono spariti dalla discussione gli ultimi, i meno protetti della società. Sono stati cancellati i diritti all’istruzione, alla sanità pubblica, alla conoscenza, al lavoro, a una vita dignitosa, alla felicità.

Siamo arrivati a oggi. In una situazione terribile in cui paghiamo le scelte scellerate del passato, in cui sarebbe utile avere dei leader all’altezza della storia, in grado di avere una visione meno banale, meno in ostaggio di un sistema fallimentare. E invece no. Chi governa si barcamena tra i rottami della democrazia, fatta di poteri più o meno chiari, di interessi non sempre limpidi. E chi si oppone lo fa nel modo più distruttivo e ottuso, per racimolare consenso, per uno slogan mormorato con aria beffarda in tv. Senza alcun peso politico, quindi senza poter competere nell’arena democratica delle idee.

Siamo destinati a questo perdersi nei labirinti delle cose inutili, mentre la crisi impazza, nel vuoto della memoria e privati di un’idea di futuro che non sia legato al profitto di pochi? Che non sia motivato dall’accumulo meccanico e dal sistema securitario eretto a protezione dell’ingiustizia?

Oppure potremo tornare a lottare e a fare politica, dalle piccole azioni di ogni giorno, senza deleghe in bianco per nessuno? Vi ricordate? Non torneremo alla normalità perché era la normalità il problema. Ci siamo tornati. Dobbiamo uscirne.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: