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Habemus Biden

Scampato pericolo, evviva. Ma andiamoci piano con un’euforia pur comprensibile dopo la brutta avventura con Trump. La presidenza Obama ha dimostrato, nella politica estera come in quella per l’uguaglianza o l’ambiente, che valori e obbiettivi proclamati in campagna elettorale sono destinati a scontrarsi con i limiti insuperabili del sistema. In un’America spaccata in due, oggi come non mai, perfino su temi e principi elementari come il cambiamento climatico, l’uso delle armi e l’uguaglianza tra le persone o le etnie, per non parlare delle ricorrenti nostalgie imperialiste, forse dovremo accontentarci di risalire dalla brace nella padella. E in vista del peggio incrociamo pure le dita, come ci invita a fare Marnetto. (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 8 novembre 2020 – “Habemus Biden”, per dirla alla maniera vaticana. Battuta a parte, la religione c’entra.  Perché Trump ha trasformato i repubblicani in una setta, alla quale ha imposto di adorarlo. Qualsiasi cosa dica o faccia. Il presidente uscente parla da predicatore, in una nazione dove questi personaggi hanno una forte presa sulla popolazione più emarginata, devota al trittico autoritario-identitario “dio-patria-famiglia”. Gran parte del paese sembra in trance alla sua vista, finché una brava giornalista lo equipara in pubblico a uno “zio pazzo”:  è l’ago che tocca la bolla.

Il “sonnacchioso” Joe ha l’intelligenza di non accettare la sfida sullo stesso campo di Trump: non le spara più grosse di lui, ma cambia completamente registro. Dice di voler curare una comunità malata non solo di covid19, ma di razzismo, disuguaglianza di genere – temi di cui si fa garante la vice in pectore, Kamala Harris. E che soffre le ferite di una profonda ingiustizia sociale, visto che la ricchezza prodotta dalla gestione Trump si è accumulata su pochi. Lasciando masse di emarginati ancora più povere e alle quali il miliardario – se rieletto – vorrebbe togliere anche l’assistenza minima offerta dal programma sanitario Obama-care.

Fine dell’incubo? No, i mitra dei “ragazzi orgogliosi” – le bande armate di estremisti trumpiani a cui il presidente ha detto di  “stare pronti” – finora non hanno sparato, ma la tensione è altissima. Basta un morto per incendiare il paese e lo zio pazzo è di cattivo umore. Incrociamo le dita.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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