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End impunity. Il palazzo della RAI si illumina con i nomi dei giornalisti uccisi

Da Articolo21.org

Il 2 novembre ricorre la Giornata mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, indetta dall’Onu nel 2013. Per questa ragione il palazzo Rai di viale Mazzini resterà illuminato dalla sera del primo novembre alla mattina del 3. E sulla sua facciata verranno proiettati per 36 ore i nomi dei tanti giornalisti e operatori dell’informazione che sono morti facendo il proprio lavoro e per i quali non è ancora arrivata una sentenza che assicuri verità e giustizia sulla loro fine. L’elenco delle vittime italiane è  denso di nomi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese: a distanza di decenni, per la loro uccisione non ha pagato nessun responsabile.

Una sequenza di “misteri” nella quale non pochi sono i nomi di chi lavorava nel servizio pubblico: come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; come Marco Luchetta, Dario D’Angelo e Alessandro Ota. Ma nella lista delle vittime italiane senza giustizia ci sono anche Italo Toni e Graziella De Palo, Mino Pecorelli, Raffaele Ciriello, Mauro De Mauro, Vittorio Arrigoni, Mauro Rostagno, Giuseppe “Beppe” Alfano, Cosimo Cristina, Antonio Russo, Andrea Rocchelli.

Ma sui vetri di viale Mazzini scorreranno anche i nomi delle giornaliste e dei giornalisti uccisi in Europa. Ventisette solo negli ultimi 5 anni, 37 i casi dichiarati come impuniti: numeri incredibilmente alti se pensiamo che si riferiscono ad un’area geografica dove il diritto di cronaca si considera tutelato meglio che in altre parti del mondo.

Alcuni di loro sono diventati clamorosi casi internazionali: come Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria con un’autobomba a Malta; o come Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul; o come Anna Politkovskaia, uccisa sotto casa sua a Mosca nell’ottobre del 2006 per le sue cronache del conflitto in Cecenia e le sue denunce contro la corruzione.

E nel resto del mondo la situazione è ancora più grave. Un recente rapporto Onu dice che negli ultimi quattordici anni quasi 1.200 giornalisti sono stati uccisi per aver riferito le notizie e portato informazioni al pubblico. In nove casi su dieci gli assassini sono rimasti impuniti.

L’illuminazione della facciata di viale Mazzini, decisa dalla Rai d’intesa con il sindacato dei giornalisti (Usigrai e Fnsi), vuole simbolicamente contribuire a richiamare l’attenzione delle istituzioni internazionali, sollecitate ad adottare strumenti più efficaci per proteggere la vita e il lavoro dei cronisti e delle croniste. Nella prossima Conferenza mondiale sulla libertà di stampa, convocata dall’UNESCO e dal Regno dei Paesi Bassi per il 9 e 10 dicembre, verranno esaminate le linee-guida per i pubblici ministeri sulle indagini e il perseguimento di crimini e attacchi contro i giornalisti, sviluppate in collaborazione con l’Associazione internazionale dei procuratori.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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