La scuola non chiuda

Il punto di vista di Marnetto, decisamente contrario alla chiusura delle scuole e alla didattica a distanza. Da condividere, a mio parere, in linea di massima, con gli opportuni distinguo per quanto riguarda l’età degli alunni, la qualità pedagogica dell’insegnamento concreto, la durata dell’intervento e il danno socio-economico della pandemia. Da valutare anche l’occasione, non necessariamente negativa se limitata nel tempo, di rapporti più intensi dei ragazzi con i genitori che non lavorano o lavorano a distanza (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 17 ottobre 2020 – L’istruzione esige la presenza. Perché l’insegnante non è un fornitore di nozioni, ma un poli-educatore. Nel senso che lavora sul piano verticale dell’innalzamento del sapere, ma anche su quello orizzontale dell’affinamento della responsabilità sociale degli studenti. Orientandoli alla sperimentazione dell’autocontrollo cooperativo, l’embrione delle relazioni consapevoli dell’adulto.

Nelle aule succedono ogni giorno piccoli miracoli di evoluzione personale e collettiva, di cui sono artefici gli insegnanti, persone che svolgono il lavoro più strategico di una comunità. Tutto questo complesso laboratorio di azioni e reazioni di apprendimento può svolgersi in remoto? No, la didattica a distanza è un palliativo, perché la compresenza è requisito essenziale – direi chimico – per generare la combustione tra emozioni e nozioni.

Ecco perché non si possono chiudere la scuole con la leggerezza di pensare che tanto tutto funziona lo stesso on line. Chi blocca il flusso del sapere, mette in apnea intere generazioni. Se la fase è breve, si riprendono; se la mancanza di ossigeno è troppo lunga, i danni che avranno – che avremo – saranno permanenti.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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