L’amico americano (di Marnetto)

***di Massimo Marnetto, 8 ottobre 2020 – Il mio amico americano è un signore maturo, colto, ironico e attivista democratico. Vive a Roma da tempo, ha preso la cittadinanza italiana, ma segue sempre le vicende negli Usa. Quando lo incontro, il discorso va subito sulle elezioni americane.

Secondo te, il Covid di Trump lo rinforza o lo indebolisce? “E’ indifferente: non è questo che sposta consenso. E’ molto più significativo che votino afro-americani e giovani, da sempre i più passivi verso la politica, perché da noi queste categorie sociali sono molto trascurate dalla politica. Ma adesso è diverso”.

Cioè? “Trump è il primo presidente ad essere clamorosamente privo di competenza ed equilibrio. E’ il primo che ha spaccato il Paese per emergere. Nessun altro presidente avrebbe accettato la vicinanza dei violenti Proud Boys, le milizie di destra che vanno in giro armati. Non è un normale repubblicano, è un esaltato che vede il controllo dei poteri e della stampa come zavorra da cui liberarsi”. 

Qual è il danno maggiore che ha provocato? “Aver distrutto la fiducia del popolo nelle istituzioni. Qui in Italia, questo sentimento sembra assurdo: da sempre siete diffidenti verso politici e istituzioni. In America, no. La gente sa che chi è la potere, lo usa per tutti. C’è forse ingenuità, ma questo sentimento ha garantito nel tempo grande coesione. Invece con Trump, sono sempre di più quelli che non si fidano più dello Stato. Una modifica del nostro Dna, che aumenta l’individualismo violento”.

Biden vince come dicono i sondaggi? “Non è affatto detto. Io sono speranzoso, ma deve vincere con un bel distacco, altrimenti Trump chiederà il riconteggio dei voti e farà un casino per non riconoscere la sconfitta. Se lo scarto è poco, vedremo un dopo elezioni pessimo, che scuoterà il Paese. Ma l’America ce la farà anche stavolta e imparerà una lezione importante: non si dà il potere a un miliardario senza competenze pubbliche per vedere l’effetto che fa, perché poi restituisce un Paese più ingiusto, sofferente e violento”. 

Bruno Ganz e Denis Hopper in un famoso film del 1977

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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