Semplicemente una rivoluzione

Fratelli tutti, diceva Francesco di Assisi e con le stesse parole il papa suo omonimo si rivolge oggi a tutti noi con la sua lettera enciclica. Basta leggerla per capire che non scrive soltanto ad una parte ma a tutta l’umanità, “ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”

Fraternità e globalizzazione

Un’apertura al mondo ben diversa dalla globalizzazione “fatta propria dall’economia e dalla finanza”. Questa è soltanto “apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi”. Così oggi “siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza”. Così “la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”.

Solidarietà contro l’oppressione

La fraternità invocata prima dalla rivoluzione francese e poi dall’internazionalismo proletario non è riuscita a battere il suo nemico di ieri e di oggi, che resta il capitalismo fondato sulla competizione e la crescita delle disuguaglianze. Anche il socialismo ha fallito quando ha cessato di viverla nella solidarietà contro l’oppressione. La fraternità non è “buonismo” né utopia, ma l’unica risposta efficace alle crisi di ieri e di oggi.

La dura lezione di questi mesi e un buon governo dell’economia potrebbero finalmente guarirci dall’ossessione consumistica e pubblicitaria che produce spreco, inquinamento, disuguaglianza. Senza per questo costringerci a rinunciare alle conquiste veramente utili del progresso scientifico e tecnologico. Liberandoci dall’impero del denaro – come ci esorta Papa Francesco – e rimettendo al primo posto la dignità, la partecipazione democratica, lo sviluppo e il rispetto dei beni comuni.

Serve un altro modello di produzione

Non ci illudiamo. Servirà un cambiamento radicale del modello di produzione e di consumo. Lo riconoscono in molti, per ora soltanto a parole. E sappiamo tutti che questa è semplicemente una rivoluzione. Pacifica, certo, ma necessariamente in contrasto con chi già oggi non intende affatto, una volta cessata la pandemia e profittato degli aiuti statali, restituire alla politica l’indirizzo e il controllo dell’economia in omaggio all’interesse pubblico.

E poiché viviamo in democrazia, servirà una decisa scelta di campo da parte dei cittadini e dei loro rappresentanti. Allora, non nei programmi ideologici, ma nel decidere i passi concreti da fare per realizzarli, soltanto allora apparirà chiara tutta l’astrattezza di chi dice: né con la destra, né con la sinistra.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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