Cardinali, una storia esaurita?

cardinale Becciu

Una Chiesa turbata

Raniero La Valle

***di Raniero La Valle, 3 ottobre 2020* – Non possiamo che essere sconcertati, e anzi arrossire, per le notizie riguardanti il denaro (uno dei due padroni di cui parla il Vangelo) che sono emerse in occasione dell’ultima crisi scoppiata nella Curia romana col caso del card. Becciu. Una Chiesa povera e per i poveri, come l’aveva sognata papa Francesco al momento della sua elezione, ma anche quale è stata spesso celebrata tra fiumi di retorica a partire dal Concilio, non può che essere turbata al vedere come girano i soldi – centomila euro, seicentomila euro, ed anche milioni – tra grandi Palazzi romani e londinesi e piccolissimi Palazzi di diocesi e di Caritas della Chiesa delle “periferie”.

I mercanti non stanno al loro posto nel tempio

Prima di ogni sentenza di giudici o di esperti, si deve dire che la Chiesa è veramente fatta di poveri, e i poveri hanno del denaro e del suo maneggio tutt’altra idea perché ne dipende per loro – per noi – la nuda vita. E i mercanti non stanno al loro posto nel tempio: può anche darsi che a Gerusalemme i mercanti e i cambiavalute e i loro fratelli e nipoti fossero onestissimi e ligi alle regole dagli stessi sacerdoti stabilite per il tempio, ma Gesù ha fatto benissimo a cacciarli e benissimo fa papa Francesco a cacciarli anche lui. Di ciò conosciamo bene quale sia il dolore ed il prezzo, per Gesù e per Francesco; ma se uno nel bel mezzo della religione tradizionale, con le spalle coperte dal Padre, si mette in testa di annunziare il Vangelo, che cos’altro si può aspettare?

Supponenti lezioni di buongoverno ecclesiastico

Al di là di tutte le dietrologie, delle inchieste sull’ “enigma Bergoglio”, delle supponenti lezioni di buongoverno ecclesiastico impartite dalla “Repubblica” e dall’ “Espresso”, e degli scoop dei giornalisti anticasta, questo, del Vangelo proposto come sommo criterio e legge fondamentale e canone per la vita della Chiesa e degli uomini, è il vero, immenso problema scoppiato in Vaticano da quando c’è uno che ha osato chiamarsi Francesco.

Governare è difficilissimo, anche nella società civile (che angoscia quel dibattito notturno Trump-Biden!); governare è una croce e non si capisce perché gli aspiranti ci si vogliano mettere sopra a tutti i costi. Perciò oltre alla nostra indomita critica i governanti dovrebbero avere la nostra pietà; ma “governare” la Chiesa è ancora più difficile, quando non lo si faccia solo scrivendo encicliche, ma giocandoci la vita e volendo fare la volontà del Padre.

Riprendere il discorso aperto dal Concilio

Perciò occorrerebbe riprendere il discorso aperto dal Concilio sulla riforma del governo nella Chiesa universale, che il Vaticano II aveva impostato associando al papa (e mai senza il papa!) il ruolo del corpo episcopale, che in tal modo avrebbe dovuto subentrare a quello del “senato” cardinalizio. Quest’ultimo in passato aveva cooperato col pontefice nella guida della Chiesa, e aveva poi subito un declino dopo il Concilio di Trento con l’affermarsi dell’assolutismo papale e l’ascesa della Curia e dei dicasteri romani, riducendo infine il suo ruolo alla sola elezione del papa.

C’era stata dunque a suo tempo una supplenza dei cardinali; ma ora veniva riconosciuta la successione dal collegio degli Apostoli al collegio dei vescovi, in forza della consacrazione episcopale; e non tutti i cardinali erano vescovi. Si cercò di aggiustare le cose decidendo che tutti i cardinali fossero anch’essi vescovi, ma era evidentemente un compromesso per salvare l’istituzione cardinalizia; in realtà la logica di quella teologia (come sostenevano Giuseppe Alberigo e la “scuola di Bologna”) era che il ruolo del cardinalato fosse ormai esaurito.

Sinodalità o collegialità nella Chiesa

Noi conosciamo dei cardinali deliziosi, in Curia e fuori, ma oggi il discorso della riforma andrebbe ripreso perché ne va di mezzo non una modalità istituzionale di governo, ma un’idea teologica della Chiesa al momento della sua crisi. In effetti le difficoltà incontrate dalla riforma della Curia, la prova deludente offerta da un Sinodo dei vescovi solo consultivo, l’anomalia di cardinali che nell’eccesso del loro potere come singoli offuscano o addirittura contrastano il ministero di papa Francesco, suggeriscono di riprendere in tutto il suo spessore ecclesiologico la via della sinodalità o collegialità nella Chiesa, del resto più volte riproposta dallo stesso papa Francesco.

*Edizione, link, sottotitoli e sottolineature in grassetto sono di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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