Il circotogni del sistema informativo

***di Antonio Cipriani, da Remocontro, 27 settembre 2020 Il sistema informativo nel suo apparire mediatico è una specie di circo.  Una sorta di circotogni di tigri di carta, leoni di peluche, domatori, clown e funamboli che camminano per terra sui fili tracciati dal buon senso. 

Si può definire arena mediatica la lunga serie di trasmissioni televisive, più o meno filo-razziste, più o meno salviniane, più o meno impegnate a strappare lacrime, nelle quali alcuni giornalisti-presentatori aizzano la discussione su temi più o meno rilevanti, sicuramente caldi, tra opinionisti, altri giornalisti e qualche esperto quattro stagioni. 

Basta un giro col telecomando per capire che nell’arena sono sempre la stessa dozzina di facce che si rimpallano la parole, discutono, tra frizzi e lazzi, fanno la voce grossa o tacciono pensierosi. Pochi i temi, poche le persone, pochi gli esperti (che quando funzionano nell’arena sono lì, a gettone, a tutte le ore), poco l’interesse che suscitano queste farse.  

Aiutano a capire? Forse nello specifico dei tre o quattro temi trattati qualcosa sì. Ma è più il risentimento che provocano che la conoscenza. Gli spettatori indivanati, si arrabbiano, tifano, prendono parte, poi vanno sui social e digitano furiosi, fanno analisi su mezze informazioni carpite tra il secondo e la frutta, scoprono l’acqua calda (nel migliore dei casi) o condannano senza appello. Sono inferociti e lo chiede il ruolo. L’indivanato è spettatore passivo, fa politica con le chiappe sul cuscino, s’indigna il giusto per stilare proclami con cento punti esclamativi e per giudicare senza appello.

Il giornalista che appare nel circo è comunque qualcuno. Non importa la coerenza e neanche il fatto che magari nella vita non ha mai fatto un’inchiesta o non ha mai preso un tram o un treno dei pendolari. Il giornalista nell’arena è qualcuno. Il giornalista oscuro, spesso precario, sottopagato, che si batte in provincia contro i poteri forti locali, è nessuno.

Il circo però, nella sua inutilità di fondo, pare essere utile. Non si capisce bene a che cosa rispetto alla democrazia dell’informazione, ma ha una funzione. Probabilmente è utile per questo motivo: per la sua inutilità informativa. Per esempio in queste elezioni regionali tali e tante sono state le sciocchezze lette e pronunciate che vien voglia di chiedersi: ma chi sono questi analisti che mai, dico mai, sanno analizzare qualcosa senza dover legare sempre l’asino dove vuole il padrone? E i sondaggisti? Possibile che nessuno ponga il tema scottante della disinformazione costante che si respira? Del fatto che alcuni sistemi informativi sono strumenti di interessi che niente hanno a che fare con la politica, con la democrazia dell’informazione? 

Parliamo di circo, e dentro ci sono anche i padroni della libertà di stampa. Non solo i dipendenti. 

In giro però ci sono centinaia di bravi giornalisti, alcuni bravissimi, capaci e coerenti che sono lontano dai riflettori e non appaiono in tv, sgobbano per tenere fede a un sogno, per mantenere forte il tessuto democratico dell’informazione. Spesso senza neanche essere assunti da una testata. E ce ne sono tanti che sono fuori da tutto. Persone con la schiena dritta, coerenti, capaci di non guardare dall’altra parte quando il potere gentilmente ed elegantemente di mette davanti i ricchi fumogeni del tempo. 

Ps

Per prevenire polemiche. Non parlo di me. Io ho scelto di cambiare vita, avendosempre pensato che non si può essere rivoluzionari se non si rivoluziona se stessi. Preferisco versare vini poetici e scrivere quando mi va su quello che mi va. E fare politica, quello sì. Sulla strada dove poggio i piedi, ogni giorno, nella misura dei miei sogni. 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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