Votiamo d’altro

Come l’asino di Buridano

    Uno scontro tanto acceso quanto fuorviante

    Alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari, lo scontro tra sostenitori del SI e del NO nei giornali e in televisione ma soprattutto sui social risulta tanto acceso quanto fuorviante. Chiaro che la motivazione del risparmio è ridicola ma il taglio non salva né offende la Costituzione, violentata da ben altri peccati legislativi “in pensieri, opere e omissioni”. Sul quotidiano la Repubblica, schierato apertamente per il no, Stefano Folli non ha peli sulla penna e ha intitolato il suo editoriale “Un referendum sui 5S”. Con un po’ più di pudore un settimanale della sinistra radicale, Left , titolava ieri “Indebolire il Parlamento significa togliere voce ai cittadini”. Se così fosse, il Parlamento avrebbe deliberato con ben quattro voti espressi nel corso dell’anno – l’ultimo con la quasi totalità dei suoi componenti – il proprio indebolimento. E in effetti non sarebbe la prima volta.

    A dare voce ai cittadini parlamentari di loro fiducia

    Ma diminuire di un terzo il numero dei deputati e senatori equivale a indebolire il Parlamento? Se così fosse, paradossalmente sarebbe meglio raddoppiarla, l’assemblea, anziché ridurla. Un parlamentare ogni 50mila piuttosto che uno ogni 100mila come prevede la legge costituzionale in (apparente) discussione. Ma non è così. L’esperienza dice che a garantire la voce ai cittadini non è il numero dei seggi ma la fiducia consapevole nei loro rappresentanti. Meglio se una legge elettorale proporzionale avrà consentito loro una scelta effettiva del candidato con il voto di preferenza. Meglio ancora se la scelta sarà stata preparata da una campagna elettorale condotta in condizioni di parità, non solo da chi può disporre di generosi finanziamenti, che non sono mai disinteressati.

    Subito anche una riforma dei regolamenti parlamentari

    L’editoriale di Left.it aggiunge nel sottotitolo che “l’attuale proposta di taglio dei parlamentari non allarga i diritti né le libertà delle persone. Anzi. Concentra il potere nelle mani del governo, sottraendolo alle assemblee elettive”. Ma questo è anche ciò a cui abbiamo assistito con i numeri attuali nella seconda repubblica. Certo l’abuso della decretazione di urgenza, la proliferazione degli emendamenti bloccata dal ricorso continuo ai voti di fiducia, la mortificazione del dibattito parlamentare con centinaia di peones in attesa di votare per disciplina sull’indicazione dei capigruppo non scompariranno con la vittoria del sì. Servirà anche quella riforma dei regolamenti parlamentari di cui si parla da decenni senza sviluppi concreti. Tuttavia, se è vero che le assemblee elettive sono il luogo della discussione prima che della decisione, l’eletto avrebbe qualche occasione in più di dire la sua in una Camera meno affollata.

    Due proponenti su tre senatori di Forza Italia

    Insomma, votiamo d’altro. Anche esprimendosi con un po’ di faziosità, non ha tutti torti Travaglio a giudicare esili e poco trasparenti le motivazioni di chi ha promosso il referendum. Basta andare a vedere l’elenco dei senatori che hanno firmato la richiesta nel gennaio scorso per sospettare nella difesa della poltrona il suo “peccato di origine”. A parte qualche personalità di rilievo come la Bonino e Carlo Rubbia, quasi tutte le firme sono del centro destra. E in particolare – ben 41 su 64 – del partito di Berlusconi, ovverosia del gruppo nel quale il taglio dei parlamentari avrebbe fatto più vittime.

    Marnetto: la linea del fronte tra ragionevoli e faziosi

    Della sinistra praticamente nessuno. Ma ecco l’obiezione di rincalzo. “Questo taglio è soltanto l’inizio, vedrete che cosa non saranno capaci di fare i Cinquestelle una volta gratificati e resi ancor più burbanzosi dalla vittoria del sì”. Infatti questa è la motivazione che traspare dalla maggior parte dei messaggi su Facebook dei difensori del no. E lo riconosce l’amico Massimo Marnetto nella sua nota di ieri.“La linea del fronte è mutata, non è più tra chi vota sì e chi – come me – vota no, ma tra ragionevoli e faziosi. Ovvero tra chi sta al merito della questione (rappresentanza, efficienza del Parlamento, ecc.), contro chi invece si apposta sulla strumentalizzazione dell’esito (danneggiare i grillini, il governo, ecc.)…Prevale la fazione, il sondaggio, il risparmio: meschinità che niente hanno a che fare con il bene più altro della democrazia: la nostra sovranità”.

    Il dibattito nel merito tra i costituzionalisti

    Non manca, certo, un dibattito serio nel merito anche tra i costituzionalisti ma questo è relativamente recente e non si riferisce tanto al taglio in sé quanto piuttosto alle distorsioni nella rappresentanza che certamente produrrebbe in assenza di una nuova legge elettorale e di altri correttivi istituzionali, ancora purtroppo allo studio. La maggioranza di governo si è impegnata a presentarli subito dopo il voto ma la proposta di legge elettorale già in calendario alla Camera non elimina le liste bloccate e per chi non supera la soglia alta del cinque per cento pare che sia previsto soltanto un “diritto di tribuna”.

    legge sui partiti e chiare regole di democrazia interna

    Concludendo, per restituire voce ai cittadini, come auspicano i compagni di Left, votare sì o votare no serve a poco. Bisognerebbe invece impegnarsi di più a contrastare la disintermediazione in atto. Praticata dai gruppi dirigenti ma almeno fino a ieri anche dai sostenitori grillini della democrazia diretta. Ci vorrebbero una legge sui partiti e chiare regole di democrazia interna. Controbilanciando, scriveva già nel secolo scorso il professor Giuliano Amato, “la tendenza a far essere i partiti veicoli di potere personale o di gruppo e farli nuovamente percepire dai cittadini come strumenti a loro disposizione, non come matrice di una casta a loro contrapposta”. Erano i primi anni novanta e stava per scoppiare lo scandalo di tangentopoli, seguito poi dall’arrivo di Berlusconi. La seconda repubblica ha seguito la strada opposta. “I partiti personali senza radici storiche – ha notato il costituzionalista Salvatore Bonfiglio – sono poco propensi a farsi regolare”.

    Pubblicato da nandocan

    Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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