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Beirut e Hiroshima

La pandemia ha costretto gli abitanti del pianeta a cambiare talvolta radicalmente le condizioni e i modi di vivere. Ma siamo ancora seduti su una polveriera che esplodendo causerebbe danni infinitamente più gravi alle nostre esistenze. E il disarmo è il solo vaccino possibile. (nandocan)

Hiroshima 1945

*** di Massimo Marnetto, 6 agosto 2020 – La concomitanza dell’anniversario dello scoppio della prima bomba atomica (Hiroshima, 6 Agosto 1945) con la devastante deflagrazione di Beirut mi ha colpito. Il prima e il dopo che mostrano i video libanesi è agghiacciante: l’ordine e la distruzione, la vita e la morte. Un collasso della quotidianità improvviso, come lo fu il “fungo” in Giappone.

La distruzione di Beirut è un’inezia a confronto di quella che un ordigno nucleare può causare. Ma pochi sanno che le atomiche nel mondo sono 15 mila (dati ONU) e circa 2 mila sono in assetto immediato, ovvero pronte per essere lanciate in un paio di minuti. Magari per volere di un presidente di una grande potenza con basso autocontrollo e alta megalomania. Che potrebbe trasformare città come Mosca, Pechino, New York in un enorme posacenere.

E’ lodevole vedere il clima di solidarietà che si è attivato per inviare aiuti al Libano. Ma perché non cogliere questa casuale rievocazione di Hiroshima come momento di riflessione costruttiva per riprendere gli sforzi di riduzione degli ordigni atomici?

Solo così avrebbe ancora un senso la “Giornata mondiale per la totale eliminazione delle armi nucleari”, proclamata per il 26 Settembre dalle Nazioni Unite dal 2014.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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