La lezione di Morricone

“Una colonna sonora non è una pezzo autonomo, ma deve infilarsi tra le immagini come un soffio sulla brace, che le accende ancora di più”. La risposta di Morricone a Marnetto mi fa venire in mente, per analogia, un’antica polemica con i colleghi televisivi, spesso noti e bravi giornalisti della carta stampata, che scrivevano testi per i tg trascurando o addirittura ignorando il rapporto con le immagini che mandavano in video.

Parole e immagini in TV

Oggi la ricerca di immagini appropriate si risolve il più delle volte, specie per l’attualità politica, con la presenza in campo del giornalista accompagnata da vecchie immagini di repertorio riproposte fino alla nausea. E non parlo dell’indifferenza per la qualità del sonoro o dell’abuso di immagini riprese col telefonino anche quando non ve ne sarebbe affatto bisogno. Ecco, se un grande artista come Morricone si preoccupava di essere anche un buon artigiano a maggior ragione potrebbe farlo un giornalista televisivo (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 7 luglio 2020 – Non è “venuto a mancare”, né “ci ha lasciato”: Ennio Morricone è morto. Scrivendo il suo necrologio, ha voluto lasciarci il suo ultimo spartito. Dove si vede un uomo che fino alla fine compone, anche il suo addio, chiamando la sua vicenda e i suoi affetti con il loro nome. 
Le sue musiche sono state emozioni indelebili, sempre incastonate tra le scene più suggestive di grandi film.

Una volta lo andai a sentire in una “chiacchierata” – come disse – nella scuola dei Gesuiti di cui era stato alunno. Quando chiese se c’erano domande, mi alzai e gli chiesi: “Perché in tanti suoi brani ci sono “rumori” insoliti per una musica, come il verso di un coyote, di una rana, lo schiocco di una frusta…?” Lui mi guardò quasi stupito della domanda, poi aggiunse: “Ma per forza, quelli sono i rumori che si sentono nelle praterie del West e io dovevo inserirli tra le mie note, perché si adattassero meglio al contesto. Una colonna sonora non è una pezzo autonomo, ma deve infilarsi tra le immagini come un soffio sulla brace, che le accende ancora di più”.
Grazie Maestro. Ci mancherà quel “soffio”. Ma lo ritroveremo sempre ascoltando i suoi capolavori.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti