Meno auto più bici

Piacerebbe anche a me credere, come l’amico Massimo Marnetto, che il minor uso delle auto in questo periodo rappresenti un amore tradito più che un provvisorio distacco dovuto al lavoro a domicilio o alla scarsa disponibilità di denaro. Ma è possibile ed auspicabile che la diffusione della bicicletta e soprattutto di mezzi pubblici più efficienti siano frutto positivo di una consapevolezza ecologica crescente (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 5 luglio 2020 – Stanno là. Si sentono trascurate dopo anni di passione. Sarà anche colpa del covid e del lavoro da casa, ma gli italiani usano molto meno le auto. Per la prima volta il settore subisce un crollo inaudito, si parla di piazzali pieni di invenduto, si evocano sussidi per rinnovare il parco auto, si spera nel motore elettrico o almeno nell’ibrido. Ma c’è qualcosa di culturale che è cambiato: la macchina non è più l’amante a cui si chiedono emozioni, il mezzo della libertà, del viaggio, del “sorpasso”; il bene da ostentare come status symbol, ma un elettrodomestico da esterno, sempre più costoso da mantenere e scomodo da parcheggiare.

Siamo arrivati all’impensabile frigidità tra italiani e auto? Forse è ancora presto per dirlo, ma già dove ci sono mezzi pubblici e treni efficienti, l’uso dell’auto diventa saltuario. Mentre i centri storici sono sempre più protetti dal traffico privato. Il tutto potenziato da una consapevolezza ecologica crescente. Ma la vera novità è che – nelle nuove generazioni, ma non solo – viene sempre più ammirato chi usa una bicicletta, rispetto a chi scende da un macchinone. E niente come la ricerca di ammirazione modifica i comportamenti.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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