Boicottiamo l’Egitto ma…

Boicottiamo i viaggi in Egitto, propone Marnetto. Facciamolo pure, dico io, pur sapendo che il risultato non cambia. Se non quello di dare lodevole testimonianza di solidarietà con la famiglia Regeni e di giusta indignazione per l’arroganza egiziana. Non vendiamogli armi, piuttosto.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 29-03-2016 Roma Politica Senato. Conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni Nella foto Luigi Manconi, Paola Regeni, Claudio Regeni, Alesandra Ballerini mostrano uno striscione Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 29-03-2016 Rome (Italy) Politic Senate. Press Conference by Giulio Regeni’s parents In the pic Luigi Manconi, Paola Regeni, Claudio Regeni
NO ALLA VENDITA DI NAVI E ARMI DA GUERRA

Quanto al commercio di armi e di navi da guerra, ha ragione Papa Francesco: è un crimine con chiunque, punto. A prescindere dal richiamato “interesse nazionale” che soprattutto in tempi di crisi pandemica richiede di investire altrove le nostre risorse, pubbliche e private. Un richiamo poi che diventa ancor più ridicolo quando la nostra politica estera in Libia si schiera con Sarraj e Erdogan mentre vendiamo armi ai loro nemici (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 3 Luglio 2020 – Sappiamo che avete le mani legate, perché non volete rinunciare alle nostre commesse militari, quindi ostentiamo la nostra omertà sul delitto Regeni, senza temere vostre reazioni: si potrebbe sintetizzare così il messaggio che emerge dal fallimentare incontro tra la delegazione egiziana e la magistratura che sta seguendo il caso. In ballo c’è la vendita di navi da guerra e altre armi per una commessa da importi notevoli, a cui il Governo non ha la forza di rinunciare, lasciando i giudici disarmati nelle trattative. 
Persino il richiamo del nostro ambasciatore per consultazioni – non il ritiro – viene visto come turbativa degli affari in corso. Tutto penoso, ma non clamoroso. I mercanti non hanno dignità: tutto è trattabile. Allora il minimo che si può fare per dare segnale di indignazione è boicottare i viaggi in Egitto. In molti hanno cancellato questa meta fin da quando è scoppiato il caso Regeni. Se il flusso del turismo italiano – tra i più consistenti – segnasse un crollo verticale, forse un colpo all’arroganza egiziana potremmo darlo. Passiamo parola.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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